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Full text of "Dante spiegato con Dante;"

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/^3 







UJ ^ 



^rnjìH^.XO 



THE DANTE COLLECTION 




l^arbarti College Hibrars 

DUPLICATE FROM 

The Fiske-Dante Collection 

(Cornell Uniyenity.) 



GIVEN BY 

THEODORE W. KOCH, 

(ClABB of x8g3.) 



4 Received 22 May, 1896. 




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DAiVlt. 



SPIEGATO CO^ VJV^"*^ 



COMMENTI ALL \ ^ > « ^ 



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DANTE 
SPIEGATO CON DANTE 

COMMENTI ALLA DIVINA COMMEDIA 

NUOVO SAGGIO 

DEI P. GIAMBATTISTA JUII4M SOIiSCO. 

L' acqua eh' io prendo giammai non si cttnr. 



FIRENZE 
TIPOGRAFIA NAZIONALE ITALIANA 

IS54. 



^ eia... *. i ^cì^-i, 



■JotTe^te^io óigMCte ^m^eppe' oMotcaii^eu 



Accademico della Crusca, 



Al vostro finissimo e paziente giudizio sotto- 
pongo e raccomando questa più grave parie de'miei 
nuovi commenti alla Comedia di Dante. Il lavo- 
ro, come v'accorgerete, soverchia d'assai il mio 
poco ingegno e la scarsa dottrina; ma che non può 
un forte e tenace volere? che non vince un grande 
amore? Ben so e con dolore io veggo, che i tempi 
ognor pia travolgono avversi a simili studi, la cui 
lunga pazienza si crederebbe poter meglio conver- 
tirsi ad altro; non per tanto dobbiamo sviarcene, 
pensando aUa dignità ed alla gloria antica e sola 
della nostra nazione. Voglia il cielo benigno con- 
cedermi tanto di vigore e grazia, da fornire a tutto 
compimento V ardua e faticosa impresa, e à mi 
parrà d esser vissuto abbastanza e non indamo. 
Ma comuiìque mi si girino le provvide sortif mi 



po$H> un ùù^es^aòife (moroso ^vSio a ftiel jM)«ma> 
dove /(oidioai piocgue 4iffmiefi^ uà jm tìwo raggia 
(Ma 9ua luc&f e rikmt^e la gremiìesiM éfludia. Al 
molle e rumante seooh mn trovo maggior riparo 
che l'mtiva sapienza èé noafri poàri e di Dante 
massimamente; a quelhk intendiamo bramosi gU 
sguardi, riformiam l'animo^ e k opere, rimoviamo 
noi stessi: allora, compresi dal vivo sentimento dd^ 
la nostra giustizia, ci basterà la virtà per assth 
curarne il trUn^. Addio, mia ottima Arcangeli, 
statemi cortese de' vostri savi cemigU, e persuad»-^ 
tevi che ho carissima e pregiata la vostra amieizia, 
guanto mi par singolare al mondo la schietta bontà. 

Firenze U 2i di giugno 4850. 



Sciendwa est, quod iatiM operis bm «M aloiplex tenta», ioUHo 
dio polMt roLYSSMSUUM, hoc «t plofaM wmuwm. 
NUM primiu Mnsiu est qni halietnr FEK UTERAM: aliu* 
•rt fili iubouir PBa SIGNIFICATA per Uw*mb. Et pri- 
Mu* dkitnr UTKBAUS, wcaodoa vero ALLCCORVCVS. 
•iw MOKAUa» aÌT* ANAGOGICI». 

K». Cu. I 7. 
Al OMidodie BMt* oomMnta le tue Cuuani ad Coavito, io 
ragioaerA mila CoeiMUa, OICHUBANDO JN PIUMA LA 
UTTniALB SSmNZA, E APPRESSO DI QUELLA LA 
SUA ALLEGORIA. CIOÈ L'ASCOSA ITBRITA': BTALVOL- 
TA pECU ALTRI SENSI (oMinle o «aagogico) TOCCHERÒ* 
iacidentnaente, COME A SUO LUOGO E TEMPO SI CON- 
VERRÀ* Cos. II. I. 



PAnADMO. 



Incipit Cantica tertia Comedi» Dantif, 
qun dìcìtar Paradisus. 

Ep. Can. $ 18. 



U soggello ìelterale dei Paradiso ò io slato 
deiic aoime beale dopo la morie: Vallegorico è 
l*uomo in quanto die, meritando per la libertà 
di arbitrio, soggiace alla Giustizia premiatrice. 
Subjectum Paradisi literalUer sumpti est status 
animarum beatarum post mortem; allegorice ve^ 
rOf est homo prout moerendo... est obnoxiusju^ 
stitiw prcemianti: (Ep. Can. § 11.) 



Rispetto al (ine ed al genere di filosoGa 
proprio di questa cantica, non si diversifica 
da quello di (utto il poema: nel quale predo- 
mina Tetica, e s'intende a rimuovere gli uo- 
mini da stato di miseria per condurli a stato 
di felicità. Finis totius operis et hujus partii 
(nempe paradisi) est removere viventes in hac 
tita de statu miserice et perducere ad statum fé- 
licitatis,,. Genus vero philosophiaesuò quo hic in 
toto et parte proceditur, est morale negotium, 
sive ethica; quia non ad speculandum^ sed ad 
optis inventum est totum: (ìb. § 15 et 16.) 

Il Paradiso si divide principalmente in due 
parti, cioè nel prologo e nella parte esecutiva, 
la quale comincia ivi: Sorge a'mortali per di^ 
verse foci: (v. 37. Ep. Can. § 17.) Due sono le 
parti del prologo pr(>sente: nella prima si pre- 
mette ciò ctie si ha da dire, nelT altra s'in- 
voca Apollo: e questa principia col v. 13. O 
buono Apollo: (Ib. § 18.) 



CANTO PRIMO. 



La gloria di Colui cbe tutto muove 
Per l'universo penetra e risplende, 
In una parte più, e meno altrove. 

Nel ciel che più della sua luce prende 
Fu*io, e vidi cose che ridire 
Né sa, né può qaal di lassù discende; 



^5 — 

perebè appressaiulo sé al suo desìre^ 
Nostro ìnLelletto si profonda tanto. 
Che retro la memoria non può ire. 

Veramente quant'io del regno santo *** 

Nella mia mente potei far tesoro. 
Sarà ora materia del mto canto. 

V. i. Colui che ItUtQ vmave è Dio, primo, 
(Mon. Ili, IL Ep. Can. § 20. et Card. § 8. 
Purg. XXV, 70) anzi umeo motore (Mon. 1. 12), 
che mosse r universo (Con. Ili, 8) e, non mo- 
to, tutto il del muove (Par. XXIY, 131) impri- 
niendo, per via di un'inUlUgeoza motrice, sua 
virtù (Par. XXVII, 111) al prÌ4no mobile (Mon. 
1, 12), principio, meta e misuro d*ogQì altro 
molo. Stabilis mamns (Deus) dat cnncia mo^ 
veri: (Bo9ì. de Con. Ili, m. 9.) A questo «ggiu- 
gfie fermissima autorità quanto si trova oeJ 
G<m. 111, 15. Con la sapienza Iddio cominciò- 
il mondo e speciaimenle U movimemio del cia'o, 
il qutde tutte le cose genero, e dal quale ogni 
movimento è principiato e mosso. Ed eceone la 
prova metafisica, somministrata dal maestro di 
Dante, San Tommaso: Orniti quod movetur^ ab 
(Uio movetur; potei autem sensu aliquid moveri, ut 
puta solem, ergo alio movente moveri,,. Sed non est 
pf'oeedere in infinitum, ergo necesse est ponere alt** 
quiidprimum movens immobile: (Cont. Gen. 1, 12.) 

2. La gloria di Dib ecc. Ciò vai quanto 
dire: il divino lume {la divina luce: Par. X]LXI, 
22, il divino raggio: Ep. Can. § 24) ossia la 



— 6 

divina bontà , sapienza e virtù (ib. § 21) 
penetra (s^iosinua, s'addentra) per le universe 
cose, e rispìende (si fa visibile), in qaale più, 
in quale meno. Penetrai quantum ad essentiam; 
resplendet quantum ad esse (existentiam): (Ep. 
Gan. § 23). Rispetto all'essenza, la divina vir- 
tù penetra (e cose quante sono, perchè ogni 
essenza e virtù procede dalla prima essenza, 
che è Dio, e 1* intelligenze inferiori prendono 
da quella i raggi, che riOettono alle sottostanti 
ad esse: Omnis essentia et virtus proeedit a 
prima essentia (quae Deus est), et inteHigentict 
inferiore^ r<?ctptun( quasi a radiante (dall'ardor 
santo che ogni cosa raggia: Par III, 74) et red^ 
dunt radios superioris ad suum inferius ad mo-- 
dum specularum: (ib. § 21. Par. XXIX., 143.) 
Quanto al^esistenza, la bontà di Dio rispìende 
per tutto, perchè ogni cosa che è, mediata- 
mente o immediatamente ha il suo essere dal 
Primo o Principio che ò Dio, causa di tutto r 
Omne quod est, mediate vel immediate habet esse 
a prime seu principio, quod est Deus, causa om^ 
nium: (ib. § 20.) Causa secunda ex eo quod re- 
cipit a prima, influit super causatum ad modum 
reàpieniis ti rejeientis radium: riceve dalla pri- 
ma causa il raggio {la virtù che raggiando disce- 
se; Con. 1 , 7) e il riflette nel suo eflfietto. 
Essenze, virtù, esseri od esistenze son dun- 
que tutte derivate da Dio immediatamente 
(per diretto raggio), ovvero mediatamente» 



— 7 — 
per raggio riverberato o riflesso: (Par. VII, 68.) 
Penetra e risplonde per l'universo, in una 
parte più^ e meno altrove. Ciò è verità manife- 
sta; poiché vediamo aliquid in exceìlentiori gra- 
du e$$e^ aliquid vero in inferiori; ut patet de co^ 
et elementis, quorum quidem illud incorruptibtie 
(Par. VII, 70), illa vero corruptibiHa sunt. (ib. § 
23.) Nel Yul. Ei. 1, 14 si ridice cbiaramente: 
Simplicùiima substantiarum^ quce Deu$ est^ in ho- 
mine magis redolet^ quam in bruto; in aniìHali 
quam in pianta^ in hac quam in minerà^ in hoc 
quam in igne^ in igne quatn in terra.. E qaarò che 
a tanta somiglianza anzi medesimezza di con- 
cetti, non riconosca un solo autore? Chi potrà 
negare a Dante quelle opere in cui commenta 
se stesso? Ma poiché niuno finora potò dubi- 
tare che sia autentico il Convito, si attenda 
come per questo si confermino le suallegate 
scritture e si rischiari il testo che abbiamo ad 
esporre: È da sapere che la divina bontà in tutte 
le cose discende; altrimenti essere non potribbe- 
ro; ma avvegnaché questa bontà si muova da 
semplidssimo prindpiOf diversamente si riceve^ se- 
condo più o menOf dalle co*e riceventi. Onde è 
scritto nel libro delle Cagioni: a La prima bontà 
manda le sue boutadi sopra le cose con un 
discorrimento. » Veramente ciascuna cosa rice- 
ve di questo discorrimento secondo il modo della 
sua virtù e del suo essere. E di ciò sensi^ esem- 
pio avere potemo nel sole. Yedemo la Ituce del 



— 8 — 
sole te quolé è u#ia« da un fmte derivala, H" 
vermmenie daUe eorpora eeeere ricevuta* Così 
la bontà di Dio è rieevuta altrim^Hti dalle $vr 
stanziò separate doè ^agli ÀngeH.., ed altri- 
menti dalVanima umana e dagli animali^ la cui 
anima tutta in materia è comipreMa (impedita)..., 
(dirimenti dalla terra che dagli altri (eleoienti): 
(Con. Ili, 7). Si ricerohi per beoe questo capi* 
tolo, e chiaro si parrà quante profonde cote 
soirordine universale della crenzione si rivol- 
gessero in mente a Dante, e com'egli, da som- 
mo filosofo e poeta, le abbia in soli tre versi 
conebiose, e per forma cosi mirabile e subli- 
me, ohe la diresti impresse del raggio della di« 
vinità. Né contento a ciò, illumina e tfasfor- 
ma i suoi pensamenti, ricantando: La divina 
luce è penetrante — per funiversOf secondo che è 
degno: (Par. XXXI, 22). Colui che vol$e il sesto -^ 
allo stremo del mondo e dentro ad esso ^ distinse 
tanto occulto e manifesto (ornò d*un raggio delia 
sua luce tanto la virtà, Tessenza delle cose, 
che è a noi occulta, quanto la manifesta loro 
esistenza): (Par. XIX, 40). Quanta varietà e nuo- 
va bellezza di poetiche immagini! Qua è Dio, 
etemo sole, che illuminando penetra e rfsplen-* 
de per Tunivérso, è Fardor santo che ogni co* 
sa irraggia; là il vedi massimo Architetto de^ 
terminare i confini del mondo e dar virtò 
ed essere e perfezione alle cose. Altrove am- 
miri la iibmensa bontà di Lui, ehe della sua 



^ 9 — 
luce vivifica il tutto e lasciando ovunque la sua 
impronta, dispiega rarmonia de» mondo. Die- 
tro a tanto elevati pensieri sento maocare la 
mia mente, e pieno di stupore rendo a Dio 
profonde grazie delia potente virtù, che m 
degna impartire agl'intelletti devoti alle soavi 
e sempre benefiche sue ispirazioni. 

Per le cose sovra discorse risulta evi* 
dente Terrore del Tommaseo, il quale volle 
mettere punto e virgola dopo penetra^ quasi la 
luce divina penetri indiflferenlemente in tutto, 
e solo risplenda in una parte più e in altra 
meno. Laddove questo accade tanto del rùplende^ 
re, quanto del pcn^^rar^, essendo le cose e la loro 
essenza o virtù egualmente procedute e di^ 
pendenti da Dio, prima causa di tutto, essenza 
delle essenze, somma Vtrtii, 

4. // cielo che più prende (riceve più abbon^ 
devolmente, che gli altri deli in esso racchiusi) 
delia luce di Dio è il cielo supremo, l'Empireo, 
che è a dire cielo di fiamma opterò luminoso, 
cielo dimntssimo (Con. 11, 4), e lutto pura luce 
intellettuale e piena d'amore: (Par. XXX, 39). 
Quum dicit in iOo cmlo quod plus de iuce Dsi 
' ref^,inMiig%tcircmnloquiparadkumsi%iecéium 
Empireum (Ep. Gan. § 27), quod est idem quod 
célum igne sive ardore flagrans; non quod in 
eo mt ignis vel ardor materialis, eed spiriitAaliB 
qui est amor sanctus sioe caritas: (ib. § 24). 
L' empirea cielo ricéve più della divina luce. 



— lo- 
ia prima, perchè contiene di sotto a aè tatti 
i corpi {univeria corpora) e da ninno è conte- 
nuto; poi, per la sua sempiterna quiete. Primo 
per suum omnia conlinere et a nullo contintri.,, 
quod est se habere per ^odum causcB.Et quum 
omnis tns. caustmdi sit quidam rodttii influens a 
prima causa, mamfestum est quod illud ccdlum, 
quod magis habel rationem causcBy magis de luce 
divina reàpil: (Ep. Gan. § 25). Secundo, per 
sempiternam suam quietem sive pacem.., probatur 
sic: omne quod movetur est in aUqtw defectu, 
et non habet lotum suum esse simul lUud igi- 
tur coelum quod a nullo movetur^ in se et in qua-- 
Kbet sui parie habet quod potest modo perfecto; 
eo quod molu non indiget ad sui perfectionem. 
Et quum omnis perfeclio sU radius Primi, quod 
est in summo gradu perfectionis, manifestum est 
quod ccBlum primum magis reeipit de luce Primi, 
quod est Deus: (ib. § 26). Oltre di che Dio non 
ha formato quel cielo d* una materia difettosa: 
non dedit (Empireo) materiam in aliquo egen- 
tem: (ib). QueUo è il sovrano edificio del mondo, 
nel quale tutto il mondo s'inchiude e di fuori del 
quale nulla è... Quella è la magnificenza (eeco 
il cielo più divino) della quale parlò U Salmi- 
sta quando dice a Dio: « Levata è la magoi- 
ficenza tua sopra li cieli. » (Con. 11,4. 
Par. XXYII, 112 e seg.; XXX, 39 e seg.). Tanto 
mirabile accordo di sentenze in si gran varietà 
di parlare, è argomento di certezza, ctie una 



— 11 — 

mente sola le ha concepite. D* altra parte si 
discerne con che finissimo intendimento e con 
quanta brevità il poeta accennasse pur d*essere 
stato neirJSfmpireo, lasciandoci così supporre, 
come al fatto dovette succedere, che ei nel sa- 
lire a quel sommo e primo cielo, abbia tra- 
passato e veduto eziandio tutti gli altri cieli 
sottostanti. 

5. Fui io: intendi per lumen inteUectfmle 
(Ep. Gan. § 29), per altezza d'ingegno (Inf. 
X,59), in visione (Par. XXII, 128; XXXIII, 64) 
e sollevato da lume celeste: (Par. 1, 76.) Si vero 
in dispositionem elevoHonis tanice propler pecca- 
tum loquentis oblaterent, legant Danielem, ubi 
et Nabucodònosor invenieni cantra peccatores 
aliqua vidisse divinitus, obUvionique mandasse, 
Nam « Qui oriri solem suum facit super bobos 
et malos, ei pluit super justos et injustos » 
aliquando misericorditer ad conversionem, oli- 
quando severe ad punitionem^ plus et minus. ut 
inilt, gUmam suam quantumcumque male vi- 
ventìbus manifestai: (Ep. Gan. § 28). Tanto 
giovi a convincere essere stato fermo pensiero 
di Dante, che la sublime e mirabile visione (che 
per edificazione altrui ei prese a narrare poe^ 
ticamenie nella sua Gomedia) gli venisse ispi- 
rata da Dio, intercedente Beatrice, per con- 
vertirlo dall'errore alla via di verità: (Pur. XXX, 
133 e seg.). 

6. Vidi cose che ridire né sa né puòf qual 



— 12 — 
(qualunque) di Hisù éRscénde (ritorna a questo 
mondo morlale: Par. XXI. 97.) Vuoisi diligen- 
temente notare nò sa^ né può: ne$cit« quia oblk* 
tus; nequif • futa si raeordaiur et eotitentum tenei, 
sermo tamen deficit. Multa namque per iniel* 
lecifÉm videmus • quibus figna viacalia disunì : 
(Ep. Gsn. § 29). li che procede dall' essere più 
ampi % termini dell' ingegnò a pensare che a par- 
lare: (Ck>n. Ili, 4). — Al X, 68 del Par., Hferen- 
dosi più particolarmente al fatto proprio, it 
poeta ne fa sapere olle nella torte del cielo, don- 
d'ei riveniTa, si trovavano molte gioie care e heVe 
tantOf che non sipoievan trarre del regno. Che iu* 
ce di poesia è questa mail quale tesoro di verità! 

7. Suo d^sire,,. il desiderio del nostro in- 
telletto è Dio (Ep. Gan. II, 28), sommo vero, di 
li dal quale nessun vero si spazia (Par. lY, 125) 
e nel qvteiìe si quieta l'anima nostra (Con. 11, 15; 
Par. IV, 127; XXVIII, 108). Imperocché il Vero 
è t7 bene o la beatitudine deìrinieVetto (Inf. 111, 12; 
Con. 11, 14), Bene sopra cui non è a che $i 
aspiri (Par. XXXf, 24), Bene sommo desiderato 
naturalmente da ciascuno (Pur. XVII, 128) : 
V ultimo desiderabile è Dio (Con. IV, 12). 

8 e 9. Il noHro intelletto appreesandòri a 
Dio (come più accosta sé a Dio, mirando io 
lui) si profonda tanto {ri s' interna si a fondo, 
tanto vi sMnnoltra), che la memoria non può 
ir retro, noi può seguire {sequi non potest : 
Ep. Gao. § 28)t né pertanto rieoriaire quelle 



— 13 — 
prafoA^le cose una volta vedute. La ragioDe di 
<)ue6to ce \a porge lo stesso AMigbieri, espo* 
uendo: Intrilectui umanus iH hac vita, prapler 
ccmnaiwàUtutem et affinitatem qtMm heAet ad 
substantiam stparatam, quando etevaiur, in fan' 
tum eUvatuTy ut memoria, post ré&tum, deficiàt, 
propter tran^cendisse hmnanum modum: {§ 28). 
Taofo profbudameote vede allora (in quel punto 
che s*aeeosta a Dio) il nostro intelletto, che di 
poi U memoria noi può seguire; la niente non può 
rifarsi, rivolgersi tanto indietro, ricorrere quella 
Tungbissima via percorsa dalt* intelletto. In bre- 
ve: la mente^ cessandosi da quella vedvta, non 
può più giugnervi col pensiero , più non se 
ne ricorda; non può redùre sovra sé tanto 
(Par. XVUl» 11), essendo appunto la memoria 
un rt(orfio della mente a sé stessa, e come 
un rivolverti per i tempi e le cose passale: 
(€on. lY, 28; Inf. XI, 94.) Ho voluto distender- 
mi alquanto in queste spiegazioni, affinchò si 
vegga meglio la gran difficoltà che slncontra 
neir avvisare e rendere poi con giustezza e 
precisHine gli altissimi concetti del nostro au- 
tore, che si cela egli stesso per troppa luce. 

9. Inoltre, molte cose, ancorché non obliate, 
non avrebbe potuto ridirle, essendo il nostro 
parlare dal pensiero taior vinto, sì che seguire UU 
non puoie appieno, maesimamente là dove il pen- 
siero nasce d' amore (d* amoroso desiderio, come 
quando V intelletto nostro s*eleva a contemplare 



— 14 — 
Iddio); perchè quivi V anima, più che altrove pro- 
fondamente s'ingegna: (Con. Ili, IV). Io mal sa- 
prei dire, se in Dante sia stata maggiore la 
virtù dell* ingegno e della parola o la sapienza 
della dottrina : certo che in tutto mi pare so^ 
vranamente grande. 

10. Veramente in questo luogo prende va- 
lore di ma o se non che o d*altro simile, come 
altrove: (Pnrg. VI, 43; Par. VII, 61; Con. cil. 
al V. 2). Ed è al modo del latino vertim, se- 
condochè già avverti il Torelli, ma nella si- 
gnificazione che riceve presso Cic. ph. 12, 3: 
Expectabantur, calendis Jan., (orlasse non recle. 
Verum prcBterita omittmnus. Ad accertare questa 
interpretazione giovi il testo seguente degli 
Amm. degli ant..dis. 11, e. 4. Non dilettinole 
nostre parole ma giovino. Veramente s'è H bello' 
parlare, senza sollecitudine addiviene, sia , e le 
cose^ bellissin^e vada proseguitando: Del resto ve^ 
ramente non può quivi valere nondimeno, con 
tutto ciò, pure, ecc. chi rifletta alla poca o nes- 
suna convenienza di questo ragionamento : Io 
fui nel primo cielo e vidi cose che qualunque uo- 
mo ritorna di lassù non le può ricordare né riferi- 
re, nondimeno canterò quel tanto di prezioso che ne 
ricordo: invece il ma, vi corrisponde appieno. 
Regno santo è il regno beato (v. 23) o delle beate 
genti (Inf. I, 120) 1* empireo (v. 5), ctiè questo 
è il lìwgo di spiriti beati, secondo che la santa chie-- 
sa vuole, che non può dire menzogna: (Con. 11, 4). 



— 15 — 

11. Nella mia minte: mente per memoria è io 
più luoghi della Gomedia (Inf. 11: Con. Ili, 13): 
mene prò memoria aecipiturf quia men$ a me- 
minis$e deeeendit: (Aat^. 9 de Trio. p. 2"). Cosi 
pore l*Aqulnate: mene a roemineDdo: (1. qu. 79, 
9). Polei far tesoro^ potei riteoere, qoaai tesoro 
di quelle care e belle gioie: (Par. X, 69). Far 
tesoro non importa semplicemente adunare^ rac- 
cogliere^ come s' interpreta comunemente, ma 
sì coir aggiunta di cose preziose: lì poeta ne ri* 
dice chiaro, che sua presente intenzione è di 
cantare del regno celeste, quidqmd in mente 
ma, quasi thesaurum^ potuit retinere: (Ep. 
Gan. § 19). Il perchò a me sembra , che il 
tutto pigli chiarezza e si possa ageToImente 
rannodare e chiarire di tal guisa: Io fui nel 
regna oekstef e vidi di molte pr^ondissime eose^ 
che (siccome ucmio il quale ritorni di tessù), 
aon le rammento né le posso significare , ma 
quante altre cose prezioso io ne potei racco* 
gliere e ritenere nella mia mente (ricordarle) 
saranno materia del mio canto presente, le re* 
citerò in questa cantica. 

Ora, a meglio comprendere con che ingegno 
tdd arte sia composto 11 prologo su dichiarato, 
si osservi che per bene esordire si ricercano 
tre cose, come dice Tullio nella nuova rettorica, 
vale a dire» che altri si renda benevolOf, attento 
e docile Ttidttors, e ciò massimamente in quel 
genere di causa, U quaie sia ammirabile. Adun- 



— 16 — 
que esiendo ammirabile la materia, intorno cui 
si rigira il presente trattato, nel principio deW 
V esordio o del prologo s'intende di ridurre al 
maraviglioso quelle tre cose, (dì concHfare cioè 
in virtù deir ammirabile materia) la beoeyo- 
leoza, r attcDziooe e docilità degli uditori. Im- 
perocché r autore ivi si propose dir solo quel 
tiMto che vide nel primo delo e potè ritenere. 
Nel qtuile detto si comprende tutto che si con'- 
viene al prologo: poiché per l'utilità delle cose che 
vi si prenunziano, s'attira la benevolenza; per 
la loro ammirabiUtà, Vattenzione; per la possi- 
bilità, la docilità. Accenna alFutUità allorché dice 
di riferire quello che massimamente ^alletta il de^ 
siderio umano, doè i gaudii del paradiso : ne 
tocca rammirahilità quando promette di ritrarre 
cose ardue e sublimi, siccome sono le condizioni 
del celeste regno; ne dimostra la possibilità, a/** 
fermando di voler dime sol quanto potè ritenere 
in mente: imperocché se egK il potè, ed altri an'^ 
Cora il potranno: (Ep. Gan. § 19). Siffiaittamente 
l'AIIighieri ne discoperse il segreto e squisito 
magistero che regna io ogni parte del suo 
poema, ed accostaodosi ai nostri intelletti, li 
aiutò a salire là dove il pensiero di lui suole 
librarsi e spaziare. 

O boono Apollo^ alPaltiroo lavoro 
Fammi del too valor si fatto vaso^ 
Come dimandi a dar l'amato alloro. 



— «~ 

Imno a qui l'un giogo di t^arnaSD 
Assai mi fo^ ma or con ambedue 
M'è uopo entrar nell'aringo rimaso. 

Entra nel petto mio, e spira tae 
Si come quando Marsia traesti 
Della vagina delle membra sue. 

O divina virtù^ se mi ti prestf 
Tanto cbe l'ombra del beato regno 
Segnata nel mio capo io manifesti^ 

Venir vedra'mi al tuo diletto legno, 
E coronarmi allor di quelle foglie, 
Cbe la materia e tu mi farai degno. 

13. buono Apollo: Apollo letteralmente di- 
nota la deità pagana che presiedeva al canto, il 
principe e governatore dell' armonìa celeste, il 
padre e duce dèlie muse (Boc. Gen. 1. 2. 5, e. 3); 
ma net senso allegorico simboleggia t'( verace Dio, 
il buono Apollo, a distinguerlo da quello adorato 
a' tempi degli dei falsi e bugiardi. Del che ne 
accerta l'espressa testimonianza del poeta; il 
quale ha per uso di svelare uell* un luogo o 
neir altro i concetti già significati $otto benda 
di parola oscura. Ma in prima sarà bene di 
rammentare, cbe Apollo è una stessa cosa 
che W sole, uno degli occhi del cielo {Pur. XX, 
132): Apollo idem est ac... sol: (Sef. ad VI, Mu. 68 
e Macr. Sat. 1. 19. Apoìlinis nomen mulliplid 
interpretatiane proprie ad soiem refertur. Lati- 
nitns eum , quia tantam claritudinem sotus ob- 
(ifiut(, solem vocavit: ih.) Ora il sole per Dan- 
te è Dio, r Elios (Par. XIV. 96), V alto o som- 



— 18 — ' 
mo sole (Par« VI. 26) il iole degli Angeli: (Par. 
X. 53). E nel fatto, ninno semibile in tutto il 
mondo è più degno di farsi esemplo di Dio , 
che il sole. Lo quale di sensibile luce sé prima, 
e poi tutte le corpora celestiali ed elementali al- 
lumina : cosi Iddio sé prima con luce intellel- 
tuale allumina, e poi le celestiali e l'altre in- 
telligibili. Il sole tuHe le cose col suo calore 
vivifica; Iddio tutte le cose vivifica in bontà: 
(Con. III. 12). Pertanto viene agevole il persua- 
derci, cbe il sacro cantore nel ricorrere ad 
Apollo, intende veramente d*invocare Falto sole, 
Y aiato di Dio, la divina virtù (v. 22); petit 
divinum auxilium: (Ep. Gan. § 21.) 

Il perchè di si fatta invocazione ci si fa co- 
noscere nella lettera or indicata (§ 18): Multa 
invocatione opus est poetis quum aliquid extra 
communem modum (fuori del modo commune) a 
superioribus substantiispetendumsit quasi divinum 
quoddam munus.Niuno rechi poi biasimo a Dante 
d'aver adoperato simile figura, come pur fece del 
Giove (Pur. VI. 118): perchè ei seguitò la te- 
stimonianza de* poeti, che ritraggono in parte 
alcuna lo modo dei gentili ne' sacrifizii e nella 
loro fede: (Gon. 11. 5.) Se non che il cristiano 
autore santificò que* nomi e quelle coso paga- 
ne, recandole a rappresentare o confermare, 
quasi per argomento d* umana ragione, le ve- 
rità della nostra fede; non altrimenti (siami 
lecito il dirlo) che la Ghiesa, dopo averli pu- 



— 19 — 
riflcaii, consacrò quasi segnacoli di religiose 
uni ?ersàie, molli riti gentile^hi e, per tacer 
d* altro* rivolse al callo della Vergine de' santi 
il tempio anticamente dedicato a tutte le deità 
del paganesimo. Secondo questi principii che 
Dante avea fermissimamente impressi, vuol 
essere da noi giudicato, e allora non ci basterà 
la voce per esaltarlo nella degna maniera. 

13. ÀiruUimo lavoro: questo fa sovvenire 
al pensiero Tinvocazione di Virgilio, già citata 
dal Tommaseo: Extremum hunc^ Arhetusa^ mihi 
eoncide laborem: (Eg. X. 1). 

14. Fammi del tuo valer $% fallo vaso, ri- 
cettacolo; fa che io riceva cosi del tuo valore 
ovvero, rivoltata la frase, infondimi tanto, si 
fattamente del tuo valore o, che è meglio, pres^ 
tami tanto deUa tua virtù (v. 22), come dimandi 
(tu stesso richiedi) a dare altrui la corona del 
tuo alloro. 

15. L'amato alloro^ il Ugno diletto (v. 25) 
la fronda peneia (v. 32) è il lauro in cui fu tra- 
sformata Dafne peneia, il primo amore d'Apol- 
lo: primus amor phcebi Daphne peneia: (Ovid. 
Met. 1. 405). Apollo, innamoratosi di Dafne, la 
seguitò mentre ella si fuggiva da lui, e già 
era per raggiugnerla, quando la ninfa implorò 
soccorso dal padre (il flume Penco); vieta la- 
bore fuga, spectans peneias undas a Fer, pater, 
inquit, opem, si (lumina numen habetis, » Esau- 
dita, pigliò forma d* un lauro. In queir ora 



— 20 — 
Apollo, secondo la fiozioM ovidiana^ abbrac* 
ciaDdosì alta nuova pianta, sciamò oe* aospìrt: 
ai quoniam coniuit, mee^ nofi potei esse^ Ar- 
bor etis certe, diarie, mea... sentper habebunt Te 
coma, tè cithara, te nosirce, laiwre, pAar^tm; 
(Met. 1. 557.) 

15. rasino a qui l'un giogo di Parnaso 
assai mi fu (mi fu abbastanza, mi bastò a 
quanto ho cantalo, al canto mio); tua or con 
ambedue (ì gioghi di esso monte) m' è uopo 
entrar neW aringo rirhdSK), vale a dire ricomin' 
ciarmi, metter mano al tìiio ultimo lavoro: (v. 13.) 
Giogo è lo colle del mante (Gai. Go. 2. 2.), e 
si prende per il monte istesso; così gioga di- 
cesi il monte da cui si disserra il Tevere 
(Inf. XXVII. 20.) • e gran giogo Y Apennino: 
(Pur. 95 e 106,) Giogo al luogo su allegalo 
indica la deità quivi onorata. 

Dallo spazio che si coi^e giostrando, il 
poeta chiamò aringo V impresa che si era pro- 
posta di cantare f alte cose vedute nella selva, 
la mirabile i^isione che ivi ebbe: (Inf. !• 8. XXI. 
2, Par. XVI!. 128.) 

Due sono i gioghi di Parnaso; perciò detto 
bicorne da Stazio (Ph. 7, 52.), bicipite da Persio 
nel prologo alle sue satire e gemino da Lucano; 
Parnassus gemino petit cethera edle: (Ph. 7, 346.) 
Molti nomi ebbero questi giojW e variamente, ma 
sarà a sufficienza il rammentare che, giusta l'av- 
viso del nostro autore, Tuno era pur anco chla- 



— 2t — 
iMto Elicona (Par. ULIX. 40), ed ivi abitava- 
no le mase, qtiiodl appeìlaie Helicanis alumnm 
(Ov. Fas. IV,93) ed EUcomadi {Per«. in proL). 
L* altro giogo si disse eziandio Cina (v. 36) 
sacro ad Apollo (Isid. Orig. 14* 16), e cosi de- 
nomìDMo da Girra, città alle radici del Par- 
naso, dove queir Iddio dei vati avea un tem- 
pio: Parnasio Cirrhce qtjuUiens tempia ^ugitu 
nemus: (Sen. Her. OBI. 1465.) 

E ciò rispetto alla Ietterai quani* è ad ac- 
certare la sentema allegorica voluta oascoodere 
sotto que* due gioghi di Parnaso, copvien te- 
nere beo fermo, che al poema saciKi posero 
mano e Urrà e cielo (Par, XXV. 2.), ossia vi 
concorse 1* uomo e Dio, il lume deltumona ra^ 
gione e la ragione della divina autorità: Lumen 
raUonis bumanm et ratio divinm authoritatis. 
(MoD. IL 1. {;p. Cau. S 20). Il perchè Dante 
nello spiegarci i segreti suoi intendimenti, ado- 
pera il discorso dell'umana ragione o della 
scienza a noi manifesta per i filosofi» e v* ac- 
compagna gli argomenti della dottrina rwelata 
daUo spirito di verità (Mon. III. 15. Gan. $ 20 
e 22). Al medesimo effetto suole addurre Vau* 
toriià umana^ intesa per la scrittura dei pagani 
(Ep, Gan. § 2Si), ma per tutto qoovipcimento 
non la disgiugne dall* autorità divina dei libri 
santi e della Chiesa (Mon. ih. Gon. It 3). 

D* altro lato neil* Inferno, sotto specie d'io^^ 
ToetziQjM alla Musa (11* 7), il poeta dipaapd« 



l' aiuto della scienza (V.^. p. 47), e co^i pa* 
rìmente nel Purgalorio (1. 3, e XXIX. 38). So- 
pra ciò vnolsi avvertire, che la ragione deirao- 
mo (quanto per ingegno e studio pòtea vedere 
e insegnare Virgilio; la fidata guida per qae' 
regni) abbraccia ogni arte e scienza (Inf. lY. 47), 
e secondo queste, sol può e discerne. E tanto 
parve bastare air uopo di comporre le prime 
parli della Gomedia, ma ali* ultima e più ardua 
(Par. XXXI. 36) che è il Paradiso, la sola virtù 
umana era insufficiente. Per ciò l'autore chiese 
innanzi tutto il divino aiuto o virtù (v. 22. Ep. 
Gan. § 31); supplicò a Dio che gli prestasse 
tanto di sapienza {imagine della virtù di lui: 
Sap. VII. 26) quanto gli facea meslieri per 
concepire e ritrarre quelle sublimi cose vedute 
nel somnrH> cielo,dove era salito per singoiar gra- 
zia (v. 75) ed ampio privilegio; (Pur. XXVII. 127.). 
E la divina scienza è appunto assomigliata al- 
r Empireo, perchè scienza piena di, tutta pace,., 
scienza perfetta, scienza dMa v«ri(à (Con. 11. 13), 
la Sapienza, (iv. III. 15). Di qui è, che egli 
neirimprendere la «uMima cafi(ica(Ep. Gan. § 3) 
si desidera a lettori soli que* pochi che per 
tempo si nutrirono di sapienza, perenne e tut-* 
torà bramato pane degU Angeli (11. 12.) Oltre 
che nel Paradiso vediamo del continuo accor- 
data la verità celeste (Par. XXIV. 36) colle pro- 
ve metafisiche o vogliam dire cogli argomenti fUo^ 
sofid (Par. XXVL 25); V autorità divina far&l 



all'uopo aiutatrioe àeìV intelletto umano (Par. 
XXV. 47.). 

Per le quali cose vien chiaro a qualunque 
pur inìri con mente sana e sincerità di veduta, 
che Vuno dei due gioghi di Parnaso, bastato 
al poeta per lavorare le prime cantiche, dei 
Sommersi e de* Risorgenti , significa V umana 
autorità o ragione, il lume di natura, ogni arte 
ed ogni scienza, la Terra nel senso dantesco. 
L'altro gioffo, bisognevole alla cantica deit)tt7t, 
che è il paradiso, raffigura la ragione della di- 
vina autorità^ la luce eterna di Dio, la sapien* 
za, la scienza o filosofia divina, la scienza che 
ne fa perfettamente vedere il vero in che si queta 
V amma nostra (Con. 11. 16), il Cielo. Duo tuga 
Parnasi figurant sdentiam et sapienliam: cosi 
Pietro di Dante. La terra e il cielo davvero 
concorsero a formare il s€u>rato poema, dacché 
quanto per lume di natura o di rivelazione ai 
comprende; quanto per odcfaio intellettuale o 
di fede si gira; qpanto la scienza e la sapienza 
hanno ispirato, tutto ivi entro risiede e mi- 
rabilmente disfavilla. Grande argomento della 
potenza deH' umano ingegno se 1' arte e la 
scienza il fecondano e Dio 1* avviva, è la Co- 
niedia: ed ecco or come le opere nostre s^ im- 
prontano deli' eterno sigillo. 

19. Entra nel petto mio è alquanto meno, 
ma ritrae del virgiliano: animis Ulabere nostris. 
(iCn. 111,80). 



— 24 — 
Spiru iue^ ik fkUo {Inf. \JYlh m) per me, 
o, che è lo slesso, gilta fuori la voce (Jv. M), 
s^Qm^^ io vece mì4 (Pur. XIV. 9».), da cwitim 
(iE^« IX. 14.) Nel Purgatorio (I. 10) il poeta 
chiaai6 le nm$e e aingolarmente CMiopea, ae- 
oioccbò gli accoiDpagnassero il canto eoa quel 
mowK di cui le Piche mkere sénUro, lo colpo 
tal che disperar perdom. 

Tue per tu^ sicioom^ ce per è (lof. XXIV. 
90] ffie per fu ecc. (Par. 11. 38) sopo paragogi 
tutlora in u«o presso il volgo toscano « roma^ 
gnolo. 

20) Mona tu $1 wrne (cou qiftella pollale 
doteesza spiegata aUora) quando provocato da 
jkbMTgia a cbi meglio suonava la tibia, tu di 
lunga mano il vincesti e in pauioMOto della 
oHracotata baldanza lo scorticasti (lo denuda* 
sti della pelle) eitm dethraaisti (Ovid. Met. 11, 
583.) Dante rammenta solo la pena data a quel 
satiffM auperbo, e ben lascia indovinare a ani 
la tenkeraria contesa di costui con Apollo e la 
sopravvenuta, non perdonabile disfatta. Questo 
è lo stile del grande paeta, aocenoare più ohe 
non dire^ e dir solo quanto può aiutare il pee- 
siero de* suoi attenli lettori. Quanta e quale 
diversità da Ovidio I Ciò è a vedere ne* a^ 
guenti versi che narrano quella favola. Marsia, 
orgoglioso Cra.le ninfe del aapere suonare la 
tibiat giunse al segno da disfidare lo steseo 
Nume del canto: provocai et Phcebum: phmho 



— 85 — 
sufieranie pependii; — cmsa reees$erunt a cute 
mmnbra sua.* (Ov. Fas. VI. 703.) Qu§m (il delio 
satiro) IrUoniaca Latom (Apollo) (vrundine tn- 
cium {arundo iritoniaea è la tibia che si vuole 
ritrovata da Tritonia o Minerva) adfecit pc^na 
V quid me detr^hi$? inquit; -r* ah pigett ah 
nonest^elamabat Libia ÈanU! » — Chunanti outis 
est summos direpta per ariu$ (Mei. 11. 581.) 

21. detta vagifui: la pelle onde ai ricoprono 
e dove» quasi a dire, s' inehitédono le nostre 
membra, n' è come il fodero o la juaìna. Pli-* 
nio obiaoìò vagme gV involucri delle viscere 
d#gU aaimali: omnia quidem prineipalia viseera 
immbrami propriii ae velati vaginis indusitpro^ 
videm natura (Plin. 11. 3.) Or quanto ba più 
di forza e digoità quel dire : gli traesti le mem- 
bra fuor deUa guaina, antiche gli traesti la pelle 
doUe membra? Non è ivi meglio visibile la po^ 
lenza della deità o0^sa? non è fvi conierioo^ 
perta d^ uo velo un* azione inspiratrice d' or** 
rore ? 

La uu)r(Uità di questa favolosa storia' ci 
vieoQ additata da Pietro di Dante; Marsias m* 
terpretatwr non doctus, qui dispulando cum dotto 
et sapiente^ scilioet wm ApoUine, nesciendo mu- 
tare terba, decoriatw, idest apparsntia tolUtuf 
a sapUnie. Con non molta diversità si legge 
Mi Gomento falsamente attribuito al Boccaccio, 
e testé pubblicato dal Veruon: Di questi Marc- 
ita M>n piene itUte k città^ e questi son tutti 



coloro che han poco di scienza^ e fanno mta eoi 
loro wrguire e gridare anai, di sapere pia che 
gli altri; e quando alcun d' essi viene a disputar 
con Apollo, cioè col savio e scientifico e valente 
uomo, rimane confuso e vinto e spogliato della 
sua guaina^ cioè della sua poca scienza. 

Apollo che dinuda Marsìa oe fo veoire in 
mente Virgilio allorquando prese la dolce am^ 
maliaìriee Sirena e, fendendole i drappi, Vaperse 
e i^e mise in mostra Voseeno ventre (Pur. XIX. 
t9 e seg.) Di fatto la luce della meritai la luce 
virtuosissima deUa filosofia è cbe vince le tenebre 
della presuntuosa ignoranza, discopre la faUa" 
ce apparenza, rivela la malizia della mente e ri- 
prova il giudizio della gente piena d'errore: (Con. 
11. pas.) 

Allegoricamente» If arsia annunzia il primo 
Superbo (Par. XIX, 46), V Invidia della prima 
creatura (Inf. 1. Ili, Par. IX, 129), il gran nt- 
mico, il padre della menzogna (Inf. XXXIII. 114), 
Lucifero che ebbe ardire di levare le ciglia con^ 
tro *al suo Fattore, presumendo di agguagliarlo: 
(iv. XXXIV. 35.) Laonde dovette precipitare di 
cielo neir abisso, e fu di poi debellate e scon- 
fitto da Cristo, (la sómma Sapienza Inf. lU. 6.) 
Il quale trionfalmente, incoronato del segno di 
vittoria, ritolse a queir imperatore del dohroeo 
regno (Iv. XXXIV. 28) la gran preda del primo 
cerchio infernale (Inf. IV, 64. XII, 39.), ed acftit- 
sta al cielo sempre nuovi cittadini in virtù della 



— 27 — 

sua Fede^ vintiirice d' ogni errore e priocipio 
alla via di sahazione: (Par. XXIV. 43. Inf. lY. 
35. 11. 30,) 

Spira tu colla sapienza, di cui sei prioci* 
pio e datore. La quale sapienza, come abbiamo 
testé ragionato (v. 15) bisognava a Dante per 
metter mano al Paradiso. Quindi è, che quasi 
presentisse d'averla impetrata, poco Innanzi 
dirà, che Minerva rinspira (Par. 2. 8.) Né fac- 
cia difetto che ivi sia Minerva che spiri, e qua 
SI chiami V inspirazione d* Apollo: perocché 
nì^ir allegoria, che é la verità ascosa, la sa- 
pienza idoleggiata in Minerva (Con. II. 5) si 
riguarda come 1* inspirazione di Dio raffigurato 
in Apollo, che nell'anace errore pur veniva 
riputato V Iddio della Sapienza (Boc. Gen. 1. 5. 
e. 3 ) Sfa di questo più largamente a suo luogo. 

22. O divina virtù, se mi ti presti, se mi 
ti doni: o Dio, se mi concedi del tuo valore 
(v. 14). se farai la mia lingua tanto possente 
{Par. XXXIII, 71), che io manifesti Tombra 
(esprima, descriva Tombrifera figura, l'immagi- 
ne leggiera Par. XXX, 20 Pur. XVII, 7: quel 
poco che ne potei ritenere) del beato regno, qua- 
le ho regnata nel mio capo, impressa cioè o 
tesùi^ggiata nella mia mente (v. 10) Una simi- 
le e più spìegativa precazione si ritrova ai 
Par. XXXni, 68 : O somma luce che tanto ti 
levi Da'eoncetli mortali, alla mia mente Ripresta 
un poco di quel che parevi. — E fa la lingiut 



mia ionio possenUe Che uno favillo sol Mia tua 
gloria (an^ombm della tua roagniflcenza) Poasa 
lasciare alla futura genie. Il nostro sovrano au^ 
lore, ritoccando, aggrandisce tuttora e illmni- 
uà e a m^fr^viglia trasforma i suoi alti con- 
cepimenti. 

In rìiguardo speciale alia sentenza allego- 
rica, che è la vera (Con. 11, 13)» dice se mi 
ti presti, essendo dono, grazia di Dio {divinum 
quoddam munus Ep. Con. § 31) il poter es- 
sere espressi i nostri concetti (Par. XXIV» 60), 
e soprattutto, ove si tratti di sì ardue e subUr 
mi cose come sono le condizioni del regno ce^ 
leste (Ep. <ìan. § 19). Imperocché, secondo la pa- 
roja deirapostolo Iacopo, o^ni ottimo dato e dono 
perfetto di susq vienef disoer^ndo dal Padre dei 
lumi (Con. IV, 20), 

26. Venir vedra'mi al tuo diletto legno, ai tuo 
amot^ alloro (v. 15). Questo albero al quale I>anle 
sospirava di poter venire, per allegoria si vuol 
Intendere il regno santo raffigurato dal poeta 
in un albero che vive della cima (prende vita 
da Dio, che sovreaso ha il suo seggio: lof. 1« 
128) e fruita sempre e mai non perde foglia: 
(Par, XVIII» 30). Ivi di (atto intendeva egli e 
pregava di wionfar lieto di sua corona (Par. 
XXII. 106. Pur. XXIV» 15). 

27. Allof, quando cioè avrò potuto per i-* 
scritto, figurare ii paradiso (Par. XXIH» 61) se- 
coudo r(Mn6ra(|7e concetto che me |i*à rimasto^ 



«Hora vBérai corgnarmi (intessermi una corona) 
dì queUé foglie (dell'amalo altero)» che (di che, 
ddle quali) la materia (per essere iei meriti 
detPtiomo preBso alla premiatriee giustizia e sa* 
era e non mai tentata: Ep. Gao. § 11. Par. 
11. 7. XXV. 1.), e Tu (la tua divina virtù v. 
St2 che si parrà nei mio lavoro) mi farai degno^ 
m*aTrai meritato. In l)reve: lo mi ornerò la 
flronte della laurea poetica, quando mi sarà 
dato col tuo aiuto di potere, ancorché leggiera 
mente, raffigurare il regno celestiale. Dante 
non avea pep ancora terminati dieci canti del 
Paradiso, che vide apparecchiargUsi le faglie 6ra* 
mate: Hoc illustre caput (accenna al proprio) 
cui iam frondator in alta virgine (nelF cdto al* 
loro, in che si converse la Tergine Dafne) fe^ 
stinat cernere frondesz (Eg. 2. 8.) Ma benchò ei 
fosse eccitato da Giovanni del Virgilio ad or- 
narsi deiralloro (me vocat ad frondes^ versa 
peneiade cretas (Eg. 1. 24) alla fronda peneia; 
v. 31,) nondimeno a lui parve migliore con- 
siglio di riservarsi tanta gloria, allorcbè aves- 
se compiuto e pubblicato la Caotica dei cieli 
e de* loro abitatori: Quum mimdi circumflua 
corpora cantu -^ àstricoUBque meo, velut infera 
regna (come già Tloferno e il Purgatorio, regni 
inferni rispetto al Paradiso lor sovrastante) 
patebunt — devindre caput hedera lauroque m- 
vabit: (Eg. 1. 38.) Se non che il divino poeta, 
a meglio certificare il proposito santo che egli 



— 30 — 
ebbe nel dettare la Gomediay e cdoie , potesse 
taoti anni cootinoarsi e impallidire e farsi ma- 
ero alla faticosa opera, ci aperse 'che sua fer- 
ma iotenzione era di pigliare il cappello, o vo- 
gliam dire la ghirlaoda d'alloro sul fonte del 
suo battesimo (Par. XXV, 9.) Questo giova e- 
ziaodio a renderci convinti, che neir invoca- 
zione al buono Apollo, eì non potò voler al- 
tro che il soccorso del verace Dio; dinanzi al 
quale gli sembrò ottener merito, descrivendo 
il paradiso: tanto che la corona poetica gli fosse 
come una primizia e un pegno della corona 
eternale. Ed avvisatamente è detto: Tu m fa- 
rai degno f perchè ogni merito procede massi- 
mamente dalla grazia divina, e Tuomo tanto 
n*acqnista o possiede quanCha di grazia sovra 
suo valore (virtù) (Par. XIV, 42.) 

Qualvolta altri vedesse di non poter accor- 
dare tutte le parole del senso letterale o favo- 
toso coirallegoria od ascosa verità (Con. 11, 1) 
or dichiarala, avverta insieme col nostro au- 
tore, che la favola o la storia letterale (iv. 11) 
non nasconde un senso allegorico in tutte 
quante le singole parole con cui viene narrata; 
perocché ve ne abbisogna alcuna a solo fine di 
rendere intero il valore della lettera. Ad me- 
liorem huius (ciò pur anche si adatta al caso 
nostro) et aliarum inferius factarum sohstionum 
evidentiam, advertendum quod circa sensum mi- 
sticum dupKciter errare contìngit, aut quaerendo 



— 31 — 
ip&um uhi Don est aut aceipiin^o àlHer quam 
accipi debeat. Prapter primum dieitAugììstìnììs 
in Cmtate Dei: « Non sane omnia quae gesta 
narrantur etiam significare aliquid putanda sunt, 
sed propter ilìa quee aliquid significante etiam ea 
qumnihilsignificant (dog hanno alcun senso mi- 
stico) atteoDuntur, Solo vomere- terra proscindi'- 
tur, sed ut hoc fieri possiti etiam ccetera aratri 
membra sunt necessaria (Mon. 11, 4) Si osservi 
ancora, e sia per maggiore chiarezza, che i 
sensi mistici hanno vario nome, ma general- 
mente possono tutti chiamarsi allegorici, diver- 
sificandosi dal senso letterale o storiale (Ep. 
Cao. § 7.) 

sì rade volte padre, se ne coglie, 
Per trionfare o Cesare o poeta, 
(Colpa e vergogna deirnmane voglie) 

Che partorir letizia in su la lieta 
Delfica deità dovria la fronda 
Peneia^ quando alcun di se asseta. . 

Poca favilla gran fiamma seconda: 
Forse diretro a me con miglior voci 
Si pregherà perché Cirra risponda. 

30 padre, intendi Apoìlo, che è il medesi- 
mo con liber pater, {macr; sai. 2 20) pater pro- 
prie omnium deorum est epitheton (Serv. dt. da 
Rob. Stefano nel th. Un. lat. art. pater). Il quale 
aggiunto, veramente e come io proprio si ad- 
dice al nostro Z>to simboleggiato in Apollo, per- 
chè egli è il sommo padre (Pur. 11 1), il pa- 



— 32 — 
ite (Par. XXVIH, 1) da e«i «t mminaotjnifa- 
mniià in ckh e in tefta (Pau. Ef).) il padre 
dei lumi dal quale procede ogni dato ottimo e 
ogni dono perfetto: (lac. Ep. 1 17). 

Si rade volte padre^ se ne coglie di quelle 
fronde deiralloro per trionfare^ per trioiifo me- 
nato (da) p^ cagione che trionfi, perchè trionfi 
(spiegò il Bianchi) per irìonfo che ottenga, 
menando trionfo, o Cesare (iaiperatore^ kit XIII 
65; Pur.,yi. 92) o poeta. Per antico gli impe- 
ratori e quelli i cai veoiTa comittesso imperio, 
nel menare trionfo, loro decretato per suflfra*- 
fio del senato o per favor popolare, incorotia- 
vansi della Laurea e portavano nella destra 
un ramo d'alloro; e similmente i poeti d'insi- 
. gne e riconosciuto valore (Pur XXII. 108). Fo- 
tum ducumque laurus (St. Tb. YL 73); e il Pe- 
trarca: Arbor vittoriosa e trionfale, Onor d'im- 
peratori e di poeti; Tuno e Taltro dal Landino 
ricordati e molto opportunamente. Quindi è da 
fare avvertenza, che il trionfo in Roma non 
(si dava) si faceva solo ai capitani, quando 
ritornavano dalVesercito vincitore o per vittoria 
avuta 9opra i nemici, siccome leggesi nel voca- 
bolario del Manuzzi; ma e si a quanti aveano 
con somma virtù e felicità amministrato ilm* 
perio avuto dal popolo^ e a que* poeti a coi 
per l'eccellenza e fama neirarte loro aggiudi- 
ca vasi per volo pubblico o del senato. Queste 
parole Dante le scrisse a satireggiare il soo 



— 33 — 
depravalo secolo, nel quale boo si vide coro- 
nare imperatori: perobò Rodolfo che poteva 
meritarsi il trioofb, veneodo a sanare k piaghe 
d*ltalia, non volle (Pur. VII, 95): ed il suo 
successore Alberto, aozichè aspirare alla glo- 
ria maggiore delPimperio, sofferse che il giar-< 
dino istesso dell'imperlo fosse deserto (Pur. VI, 
105). Costoro distretti dalla cupidigia di accre- 
scere stato e signoria in Alemagna lasciarono 
le imprese a salute ed aóHà dltalia (Pur. lY» 
104; VII, 445). Né frequenti si dovettero vede- 
re i trionfl poetici, dacché per malvagia disu- 
sanza del mondo la letteratura era lasciata a co^ 
loro che l'aveano fatta di donna meretrice {Qon. I, 
77), per modo ohe de*poeti non pure Tonore, ma 
n*era svanito insino al. nome: Decus vatum quo^ 
que (ed ancora) mmen in auras fluncit (Eg. I, 
27). La gente umana pronta ad avarizia che 
da ogni nobiltà (f animo la rimuovea (Con. ivi); 
pascevofi pure dei beni vìlissimi della terra 
(Pur. XVI, XHI) e, non che aspirasse alla glo« 
ria del cielo per ivi ricevere la corona delPeter- 
no trionfo, non si curava tampoco di ottenere 
quaggiù fama ed onore. Si tutti erano som- 
mersi nella cupidigia, da non potersene solle- 
vare: O cupidigia che i mortali affbnde — sì 
sotto te, che nessuno ha podere -— di trarre gli 
occhi fuor delle ìue ondel (Par. XX, 122). Ed 
ecco ora il vero intendimento di quel notabii 
verso: Colpa e vergogna delle umane voglie: col" 

3 



— 34 — 
pOf esÉendochò ì nostri desideri!, anziché vol- 
gersi alla rea cupidigia, hanno da essere in- 
dirizzati ne* primi beni, e negli altri ammistA^ 
rarsi {Par. XVII, 98); vergogna (disonore « 
disonorata fama, da virgognarMf ivi VI, li7), 
perohè la colpa degli nomini disaniiorati e nudi 
d'ogni vahre era fatta universalmente palese 
(Pur. XVI, 68.) 

'32. la fronda peneia {frondes, versa peneide^ 
cretmr £g* 1, 24; alia virgo: Y. N. al v. 27) 
significa VaUoro, in coi si trasformò Daftae, che 
fu il primo amore di Apollo: primus amar 
PhcBbi Daphne pernia (Ov. Met. 1, 452). Que- 
sta ninfa fu denominata peneia dal padre Pen- 
€0, fiume della Tessaglia. ^i(l nemusAemontcr, 
prcpnipta quod undique claudil-sylva; vocant 
Tempe, per quce peneus ab tmo« effums — Ptndo, 
sp%imo$%8 volvitur undU (ib. 1, 583). In su ìa 
per alia è nel Pur. XX, 143. Delfica deità, Apollo 
al quale era devota la terra di Delfo: Delfica 
tellus servii (Ovi Met. 1, 518). 

33. Quando a/ctm dt se asseta, mette in al- 
cuno, induce sete o voglìam dire desiderio di 
sé, dell* ottenerla. Nel pregustare di quella glo- 
ria che non si lascia vincere a desiderio (Par. 
XIX, 15), il poeta co la fa intendere per qnel 
cibo che saziando di si, éi si asseia ( Par. 
XXXI, 128). 

Ora, per collegare il discorso, spiegherei: Per 
vergognosa colpa degli umani desideri!, tutto 



— 35 — 
occupati nella rea cupidtgiay si rado iacoatra, 
che di avere a dare ia corolaa dell* alloro ad 
imperatori e poeti, che quando alcuno se ne 
invoglia dovrebbe partorire ktisia allo stesso 
Itelo Apollo. Dinudando poi l'allegoria, ciò viene 
a dire: Dacché il mondo è deserto d'agni valore 
(Por. XYI, 47) radi s*acquistaiio merito alPe- 
terno trionfo, nel verace regno (Par. XXX, 98), 
alla corona neir alto Olimpo (Por. XII, 31 ; 
XXIV, 15) ; laonde se altri v* aspira^ é cosa 
da far ìeliziare lo stesso Dio, che. è iutta gioia e 
solo a sé piace (Pur. Vili, 91). Concetto sublime 
e sublimemente espresso! Questo è toccare Tul- 
limo delFarte; la quale fallisce al suo scopo, 
se più olire s* avanza... 

34. Poca favilla gran fiamma seconda; suol 
dilatarsi in. ^ran fiamma (XXIV, 146); di pic^ 
cola favilla grande fiamma s'accende (Con. Ili, 1) 
parva scepe scintilla... nhgnum exciiavit incen- 
dium (Con. VI, 3). Il che riesce a diro: Del 
poco nascerà il mollo. Forse diretro a me (al mio 
esempio) con migUor voci si pregherà (piò de- 
gjnamenle, con cuore più piuro che io non avrò 
sapulo fare, si faranno più degno preghiere) 
perchè Cirra risponda perchè Apollo esaudisca. 

36. perchè Cirra risponda: Cirra, città a pie 
del ParnaSQ, sacrata ad Apollo: (Lue. 1, 372). 
Acrone, lo scoliaste d'Orazio (alla 2. od. 1) 
e Isidoro (Or. XIV, 6) dicono che Cirra si 
chiamasse uno dei due gioghi di Parnaso, e 



proprio qMUo dedicato ad Apollo. Qai Cirra 
si prende per apollo istesso e quindi, faorì 
d*allegoriat pel Dio verace (ivi lY» 134). Riepon- 
4a per esaudisca^ ascolti soddisfacendo la di- 
manda: il cielo dove si accolgono e sono esoM^ 
dite le preghiere cbe sorgono di caore che in 
graxia viva (Por. lY» 134) ci vien pure ad- 
ditato come il luogo dove agV innocenti si 
risponde (ivi YHI, 192). Questo giova ancor 
a meglio prendere ed accertare il vero di 
quelle parole: con miglior voci si pregherà. 
Ed allora (cosi il poeta ne lascia dedncendo 
interpretare l'allegoria) si compirà quell'im- 
perfetta figura, l'ombra del paradiso cbe io aTrò 
potuto ritrarre, e invoglierà altrui di quel re^ 
gno, del quale tu, o sommo Iddio, sei tmpe- 
rotore (Inf. lY). Donde viene pronta la persua- 
sione, cbe i versi sovresposti hanno, solo e 
tutta verità nella sentenza allegorica. La quale 
dal V. 13 al- 36, parmi cbe si possa e non 
torni disutile raccogliere e quasi recarla ad 
unità nella forma che ora soggiugnerò: 

13-36. somma Luce, concedimi della tua 
grazia, siccome richiedi acciò le opere umane 
sieno meritorie e degne di quella eterna coro- 
na, che si ti è cara. Inaino a questo punto le 
scienze umane mi bastarono, ma al rimanen- 
te lavoro mi è pur d' uopo della tua sapienza. 
Discendi or dunque in me, e manda fuori dal 
mio petto di quello spirito di verità e sapien- 



— 37 — 
za, quale diffondesti quaggiù, allorché, debel- 
lato e vinto il primo superbo, ne trionfasti. O 
divina virtù, se per 4uo singolar dono, potrò 
manifestare 1* ombratile figura del regno celeste, 
la quale m*è rimasta in mente, tanto varrà 
per accenderne in altrui il desiderio. E per 
quest'opera, mi sarà data quando che sia dì 
venire a queir albera, che vìve della tua cima, 
salirò al regno che tu fai beato, per coronar- 
mi dell* immarcescibile alloro di cui la sacra 
materia da me eletta e la tua grazia fatta vi- 
sibile nel mio lavoro mi reoderà degno. S) raro, 
padre, avviene cbi ottenga la cordtoa del trionfo 
nel ìuo alto Olimpo^ che dovrebbe piacere a 
te stesso, se alcuno v'aspiri. A consQguirla, 
vagliami la coglia immema (Par. XXIY, 7) 
bnd' io me ne distruggo. Forse al mio piccolo 
esempio, vivificato della tua potente ispiratio- 
ìie, altri, di inaggior merito che io non sono, 
accignendosi a descrivere il santo Regno, pre- 
gherà per ottenere del tuo favore. Tu allora 
gliel concederai in abbondanza; ed ei potrà 
con più vivi colori e così perfettamente jap- 
presentare il paradiso, da me solo ombreggiato, 
che quella beata pace del tijo regno attirerà i 
cuori umani, distogliendoli dalla prava e cieca 
cupidigia in cui sono immersi. Quivi appren- 
deranno a cercare Te solamente, Bone sommo, 
Bene verace, Bene perfettissimo, radice e frutto 
d*ogni benet principio e cagton di tutta gioia. 



— 38 — 

Sarge a' mortali per diverse foci 
La lucerna del mondo; ma da quella, 
Che quattro cerchi giugne con tre croci, 

Con miglior corso e con migliore stella 
Esce congiunta, e la mondana cera 
Più a suo modo tempera e suggella. 

Fatto avea di là mane e di qua sera . 
Tal foce^ e quasi tutto era già bianco 
Quello emisperio, e l'altra parte nera; 

Quando Beatrice in sul sinistro fianco 
Vidi rivolta, e riguardar nel Sole.- 
Aquila si non gli s'affisse unquanco. 

E si come secondo raggio suole 
tlscir del primo, e risalire insuso, 
Pur conie |>eregrin che tornar vuole ; 

Cosi dell'atUi suo^ per gli occhi infuso 
Neirimmagine mia, il mio si fece, 
E fissi gli occhi al Sole oltre a nostr'uso.* 

37. La lucerna del mondo è il sole, che tutto 
il mondo alluma (Par. XX, 1); perocché, con- 
ducendo della sua luce su in cielo e quaggiù 
(Pur. IV. 62), aUumina tutte le corpora celestiali ed 
elementali (Con. IV, 2). Allegoricamente, la Lu- 
cerna del moMo è Dio, somma Luce (Par. XXXIII, 
67) eterno lume (ivi 48), la luce che allumina noi 
nelle tenebre (Con. Il, 6); il Sole spirituale ed 
intelligibile, lo quale $è prima con luce intellettuale 
allumina, e poi le celestiali cose e l^ altre intel- 
Hgibili (Ivi IH, 12; V. N. al v. 13). 

Sorge sta per contrapposto al coricarsi (Par. 
XXYU, 68), come il nascere al morire (ivi VII, 



6\ V appretentarsi al noicondem (Par. XII, 51), 
r ascendere o montare in su (lof. I, 37) al di- 
scendere (Par. XX, 1). 

Per divei'se foci: il vocabolo foce Della Go- 
media prende vario significato; poiché talora 
Indica il luogo dove i fiomi raelton capo nel 
mare (Inf. XXXIII, 83; Par. XIII, 188); tal'al- 
tra per apertura in generale (Inf. XXIII, 130): 
e foci diconsi" pur anche V entrate ari gironi del 
Purgatorio ed a' cerchi infernali (Pur. XII, 112). 
Al luogo presente foci dinotano le diverse parti 
(Par. X, 31) donde il sole, a cosi dire, sbocca 
nel nostro mondo. Le quali mtttaDsito,seeondo 
il vario segno zodiacale in cui ai ritrova il sole 
al suo apparire auir oriizonte. * 

39. ma da quella foee^ <ihe quattro cerchi 
giugne con Ire croci. Pei^ meglio vedere quale 
sia la parte dalla quale il poeta ci vuole ora 
fare sorgere ti saie, si avverta, che l' equatore, 
posto nel meszo de' due poU del cielo e quindi 
chiamato il meszo cercìUo del moto superno 
(Pur. lY, 79), ò quella parf e del cielo sotto la 
qteale si gira il sole quando va colf Ariete e colla 
Libbra (Con. III, 5). In tale punto Yun moto 
celeste all' altro si percuote (Par. X, 9), vale a 
dire il sole che va coir Ariete ossia il Zodiaco 
s*iiicrocìccbia coir Equatore. Imperocché il cielo 
del sole si rivolge da occidente in oriente, tosta*' 
mente contro lo movimento diurno cioè del dì e 
d$lk notte; sicché il suo nmz%o cerchio (del cielo 



— 40 — 
dei so|^ ossia il suo Equatore) ch'ò eguàlmenle 
intra i sugi poli {nel gufale cenMo è il carpo del 
sole) sega in dtie parti apposite il mezza cerchio 
delli 4ue primi poli (il massiiiio o primo Equa- 
tore), cioè nel principia delV Ariete e della fAbbra^ 
e parìeU per due archi da mOf una verso set^ 
tentriane ^ «m olirò versa m^zzagiarno (God. UI« 
5). {poltre si badi, clie lo Zodiaco è Y obliquo 
cerchio che i pianeti porta (Par. X, 14), e che 
es^ vieiie tagtiaU) ne' punii equinoziali delFA-* 
rie^e e della Libbra da uno de* circoli massimi 
delMt sfera celeste, perciò appellato Calura de^ 
gli equinozi (Macr, Som. Scip. $ 15). Da tutlo 
questo si può agevolmente raccogliere, che le 
tre croci suaocmnate si formano dallo Zodiaco, 
r una col coluro eqo^ùale, 1* altra coir E- 
qU4Ltore, la («rza eoli* Ori^zonle^ e tutte in qu^l 
Plinto, obe il sole sorgiendo viene a noi insieme 
colle sielle deirAriete. cioò nelP equinozio ver^ 
naie. A ciò determinare, e rimuovere ogni dub- 
bio che non sia invece ad intendere il prin^ 
cipio della libbra o V equinozio dell* autunno , 
si aggiunge,! cfa^ dq quella parte il soie esce co» 
migUar carso e can^ ' migUare stella. E di fatto, 
quando il spie enira nel segno cieli' ArieiQ , 
s' avan^ tuttavia nel fiù alto luogo del /Irma- 
rntffUo, e il (empo si fa più temperato e più nm^ 
turale cali' ingenerare di tutte cose (Tes. Il, 43). 
Allora appunto che la gran htce discende ìi^ 
sieme con quella dell! Ariete , le nostre piante 



— 41- 

turgida fan$i e pai cioieuna $i rinnweUa del suo 
colore (Pur. XXXII, 53). Certo, la primavera, 
perchè calda e umida f ha miglior complessione 
che V autunnOf il quote f essendo freddo e seceo^ ha 
malvagia natura (Tes. II, 30). Id qaella stagione 
il sole esce con miglior corso (via); perocché 
sopra montando a guisa d' una vile (God^ III, 5), 
ogDi giorno 8* appresenta a noi piti prestamente 
(Par. X, 33) e rinforza grado grado quel edlore 
onde si viwficano le cose tutte (Goo. lY, 2). 

migliore stella (costellazione: Pur. XXXII, 
80) è r Ariete a rispetto della Lil>bra, perchè 
1* uno rideste quella primavera (Par. XII, 48) 
che laltra dispoglia (ivi XXYUl, 117). 

41: la mondana cera^ la e0ra delle cose 
(Par. XIII, 67) corruttiba^^i cui il mmdo è ri-- 
cettacolo (Con. lY, 22), s'inlMide per la materia, 
ossìa il soggetto degU eUmenH (Par. XXIX, 51). 
Neil* allegoria viene a dinotare la materia io 
coi adopera la divina grazia, ciò è a dire la 
cera dell' arbitrio umano (Pur. YIII, 111), o 
quella corrispondente virtù ^ quale bisognò ai 
nostro poeta perchè la lucana del cielo lo gui- 
dasse in alta (ivi). 

ptù a modo suo, cioè più a sua similitudine^ 
colla maggior sua virtù. Ma affine di chiarire 
quanto si j^ificatìva sia cotal frase, non tornerà 
vano di notare, che dt^sendere la virtù 4' una 
cosa in un'altra non è cdtro che ridurre queUa in 
sua similitudine; siccome negU agenti nc^ufiìli 



— 42 — 
vedemo fMmfeMatnente che discendendo la laro 
virtù nelle pasienti tose, recano quelle a loro si- 
militudine, tanto quanto pomibiU sono a venire 
ad es$a. Onde vedemo il sole che discendendo lo 
raggio suo qtsaggiù, reduce le cose a sua simili-' 
tudioe di lume (e cosi di calore), quant'esse per 
loro dispositiofie possono daHa sua virtù lume 
ricevere (God. IH, 14). Chi se tioa Dante può 
dare siffatte spiegazioni che tuUa rivelano la 
mente di lui? I nostri intelletti sono troppo 
insufBcienti a tanta altezza, e se ei non ci 
aiuta, indarno si presume di arrivarla. 

42. Tempera ammollisce, cosi disponendo la 
materia alPatto, attuandola; e poscia che Tha cosi 
dedutta (Par. XXX, 36), la suggelia cotVinfim- 
dervi la sua virtù , coti* imprimervela quasi 
immagine del suo suggello. A questa interpre- 
tazione mi reco, pensando che ciascun cielo in- 
feriore, come pure r astro che ivi domina daUa 
profonda mente che Itri volve, prende Vimmage 
e (ossene suggello (piglia la virtuosa influenxa 
e la suggeUa nei corpi sottostanti) (Par. XI, 13). 
In altro luogo, per manifestarci che i cieli, 
vivi suggelK d'ogni bellezza (Par. XIY, 133) in- 
fluiscono la loro virtù sulla meUeria o sui corpi 
dei mortali, il poeta ne avvisa, che la ctrcolor 
natura ò suggello alta cera mortale (Par. Vili, 
128). Ogni cosa nella Gomèdia è commisurata, 
e quasi ridotta ad una forma: si vi rispleoée 
r unità de' pensieri. 



— 43 — 
Badoniamo ora le sparse fila: a II sole, la 
gran lace di tuUo U corpo del mondot sorge 
ammortali per diverse parti, ma da quella deU 
r equinozio vernale esce congiunto con mi- 
glior corso (appresentandesi ogni di a noi 
più prestamente) e colla costellazione migliore 
per virtuosa influenza, e riduce più a sua somt- 
glianza la materia delle cose, disponendola in 
prima e poi imprimendovi la sua virtù. » 
Questo pur basta a defluire preciso il principio 
delVÀriete^ il tempo ehe il sole ascende sul ùo« 
stro orizzonle con queUe ftelh che eran con lut, 
quando F amor divino moise da prima quelle cose 
belk (Inf. I, 37). Cosa notevolissima è, che al 
mattinOf col sole in Ariete, nella deloe stagione 
si cominci il mistico viaggio o la mirabile vi^ 
sione di Dante e la narrazione eh* ei ne fa parte 
a parte nelle tre cantiche del suo poèma (Inf. I, 
37; Pur I, 20). La ragione vera di ciò giace 
riposta neir allegoria: ed io&tti Dante ebbe 
quella visione per grazia e virtù impetratagli 
Aa\ potete e dalla bontà éi Beatrice (Par. XXXIII, 
81) ; e scrivendo finse, che proprio in quel tempo 
gli venisse ispirata da Dio. Il quale, Benignità 
infinita, comecché in diversi tempi si mostri a 
noi colla sua abbondante grazia (gratuito lume) 
(Pur. XIY, 46) suole allora dispensarla mag- 
giormente. Poiché allora si cominciò il secolo 
(Tes. I, 7; Inf. I, 37); allora, redento il mondo 
(ivi XXI, 112), venne agli uomini la Grazia 



— 44 — 
(Par. XXXU, 82), e ioaieme con essa il tempo 
accettabilef il giorno della saliUe. Sopra ciò sta 
scritto: Tempore aecepto exaudivi te^ et in die 
st^lutieadium te. Ecce nune tempm aeceptabile^eece 
nunc dies salutis {Ecc. VI, 3). Il ohe la Chiesa, 
ammaestrata dall* Apostolo, ne ricorda ali* ap- 
pressarsi de* giorni in cui la nostra redenzione 
fa coknpinta. 

38. Il chiamare il sole lucerna del memlo, 
non dirò che sia un far sentire il tristo odore 
dell' olio e del lucignolo; ma al poco mio ve- 
dere, se dispiega 41 concetto dall* un de* Iati, 
dair altro il diminuisce di proporzione e di 
pregio. Né tanto meno approverei^ che la ^roxia 
di Dìq 8* indicasse metaforizzando per una lu-- 
cerna (Pur. Vili, 112), e fiicerne si nominas- 
sero le anime che s* accendono alla luce del- 
reterno sole (Par. XXIII, 28). E nulla giova il 
dire, che Lucrezio, Virgilio ed altri molti eb- 
bero in lodevole uso il phcebea lampas, giacché, 
ove questa non fosse pia nobile frase e meno 
improporzionata, v'ha* la ragione dell'arte e 
la squisitezza del gusto, che per girar di tempi 
non si trasmuta e sopravvanzaodo convince o- 
gni autorità. 

44. Tal foce per il iole uicente da essa : e 
quasi lutto era già bianco^ IIlumiMto, perchè 
bianchezza è colore pieno di luce corporale (Con. 
IV. 22). 

già bianco panni doversi leggere in luogo 



- 45 — 
di là biancor secoodo il Cod. Gasan. e quello 
Val. ot. 2864. A ciò m* induce l' autorità del 
PoDta, che la propose nel suo orologio di Dante 
ed il vederla meglio cooforme al processo del 
discorso. Ho parimeute diviso gtioii da (al foce 
per unirlo a tutto era già bianco^ dacché oltre 
al Cod. Bar. il Gasanatense conferma questa 
lezione, la quale al sullodato si mostrò ed è 
certo la vera. Ed in eflTetto, come potè rAllì- 
gbieri dire, che il sole 9vea già portato quasi 
mane al Purgatorio e di qua ali* emisferio di 
Gerusalemme quasi sera^ e poi soggiugnere a 
un tempo che ivi era già tutto luce e la no- 
- stra parte già fatta oscura? Ma se appena colà 
si faceva il mattinò, come potea essere già tutto 
bianco? Se di qua ancor non. era venuta la 
sera, con qual verità si sarebbe detto, che già 
s* annerava quasi a notte profonda? Appresso: 
se Beatrice si volse a riguardare nel sole (v. 47), 
ben è da ammettere che esso già fosse levato 
al [Purgatorio, e che però ivi fosse ornai venuto 
il mattino ; laddove in Gerusalemme già atea 
tramontato e fatto sera. Ora nell* un caso e 
neir altro il quasi torna indarno. Per queste 
ragioni slam condotti a credere, che la pon« 
teggiatupa di tutte le stampe cada in falso e 
sia invece a disgiugnere quasi da tal foce col- 
legandolo, al tutto era già bianco^ bene accor- 
dandosi che là dove era già luce vi fosse il 
matlinoy e così per converso. 



— 46 — 

46, in sul sinistro fianco, perchè io quel- 
Temisferio, dirittaiMDte in opposizione al no- 
stro» il sole mena ti «u» carra dall' omero sinistro 
(Pur. IV, 120), efitraiido fra la nostra destra 
e V aquilone (ivi 60). Di fatto, se un uomo 
fosse ivi diriUo (come qsi si fioge di Beatrice) 
sempre che volgesse la faccia vèr lo soie, vedreb^ 
he quello andarsi nello braccio sinistro (Con . 
111,5). 

48. aquila s\ non gli (al sole) s'affisse un- 
quanco mai (Pur IV, 76), e si rocchio del- 
l' aquila è tal fatto da patire il sole (Par. XX, 
33). Perocché l' aquila è con la miglior veduta 
che nessun altro ucceUo del mondo.., e dttra di 
guardare verso il sole sì fissamente ^ che i suoi 
occhi nulla muove. Epperò piglia li suoi figlitMU 
e volgeli verso i ro^gt del sole^ e queUo che vi 
guarda dirittamente senza mutare sìsoi occhi si 
è ricevuto e nutricato come degno (Tea. IH, 8). 

All'uopo di rischiarare la vera sentenza che 
trovasi inchìusa ne' versi allegati (40-46) non 
disconverranno le seguenti considerazioni. E 
in prima; Beatrice il cui beWocchio lutto vede 
(Inf. X, 131) partecipando continuo della som- 
ma sapienza (Con. Ili, 3); la donna che mve 
in cielo cogli Angeli (Con. Il, 2) e siede presso 
a Rachele (Par. XXXII, 8) tutto giorno intesa 
nel divino specchio (Pur. XX VII, 104); quello 
splendore di viva luce eterna (Pur. XXXI, 136), 
ottimamente s* acconcia a ratligurare la Sa- 



— 47 — 

pienza, che è verace candore deW eterna luce; 
specchio senza macchia della maestà di Dio (Con. 
HI, 15), fonte ond:9gni ver deriva (Par. IV, 116). 
Inoltre il sole, come abbiam vedalo, allegorizza 
Iddio, e quindi il fisso e non disconlinuato n- 
gtiardare dì Beatrice nel maggiore pianeta de- 
termina, che la Sapienza o la scienza divina 
fa perfettamente vedere IddiOf il vero, di là del 
quale nessun vero si spazia (Con. II, 15; Par. 
IV, 126). Il guardo di quella donna gloriosa 
sopra vvanza quello deiraquila: perocché la Sa- 
pienza, quale si. comunica alle intelligenze ce- 
lesti, cresce loro vigore ad aflSssarsi vieppiù 
addentro nel sole della verità (Con. Uh 15). 
AlPaquila viene infatti paragonato chi può a 
Gssi occhi contemplare la luce interiore ed 
eterna: aquila est qui lucem interiorem atque 
iBternam fixis oculis contemplatur (Aug. in To. 
t. r. 36). Non sarà qui fìiori di proposito il con- 
siderare ciò che Dante afferma dri Beatrice: Io 
son cerio per sua graziosa rivelazione che ella è 
in Cielo e vive cogli angeli (Con. II, 2, 9), ed 
io credo, affermo e son. certo ad altra vita mi- 
gliore dopo questa passare: là dove quella gloriosa 
donna vive, della qtJUik fu Vanima ma innamo- 
rata (ivi II, 10). 

49. secondo raggio dicesi quello che dal 
prima o diretto vien rifuso (Par. XII, 9), o ri- 
flesso (Par. XXXIV, 126); siffatto è quei rag- 
gio che daU'aequa o dallo specchio salta aWop- 



— 48 — 
po$ita parie salendo per h modo poreccMo a 
quel che àcende (Par. XY» 15). 

50. maitre in suse^ pur come peregrino che 
(come chi fuori della sua palria Y. N. p. 71) tor^ 
fior vuole là onde è Tenato» al sole da cai s*è 
partito; perocché ti «omino desiderio di do- 
scuna cosa, e prima daUa natura daiOf ò riior^ 
nare al suo principio (Con. lY, 12). 

52. deWaUo suo (del suo rigaardamento Del 
sole V. 48) per gli occìU infuso nelT immagine 
mia (venuto per gli occhi entro la mia imma* 
ginazione) t( fitto st fecCf nacque, come effetto 
da cagione, il mio atto, la volontà d'ivi rivol- 
germi anch*io; e fissi (fissai) gli o€cAt al sole 
con più intensione, chequi non si consente alle 
forze umane. 

Con questa allegoria il nostro poeta vuole 
recarci a comprendere com'egli, spogliato dei 
mt, percorso il regno delle morali virtùf rifatto 
puro del cuore e già disposto a salire alle stelle 
(Pur. XXXIlly 145) contemplando tn visione 
la sua Beatrice nell'atto di mtVor nella faccia 
di Dio (Y. N. p. 74) , a Dio gratamente si 
rivolse. Indi , mercè di quella pietosa donna , 
gli discese in mente pur tanto di gratuito lu^ 
me (il dono della sapienza) , oltre la misura 
umana, e da pigliarne valore a vedere per uso 
di speculazione il sommo Intelligibile (Con. lY, 
22). Ed ecco ragione, perchè rimosse (allonta- 
nate) di lassù le loci dell'inleUetto (v. 66;, ci 



le «flSssò sicure negli occhi di Beatrice, che è 
a dire nella Sapienza. Dante dice ed aflerona 
che la donna di cui sHnnamorò^ appresso al prì* 
ino amore^ fu la bellissima e la onestissima figlia 
deirimperator delCuniverso, alla quale Pittagora 
pose il nome di filosofia (Con. Ih 16). Questa ò 
amoroso uso di sapienza iirì IH, 12) ; la sua 
cagione efficiente è la verità (Con. Ili, 11) e 
tutte le scienze son membra di lei; amore è la 
sua formay la sapienza n*è il corpo: il suo fine 
è la vera f elicila^ che per contemplazione del 
vero si acquista (ivi III: 10, 11). 

64 oltre a nostr'uso di là da nostra usanza, 
(Par. XllI, 22) sopra il potere mortale (Par. XXI, 
12), oUra a quel che si conviene anoi (Ganz.: Amor 
che neUa mente mi ragiona). Una proprietà del 
sole è che l'occhio noi possa mirare (Con. Ili, 4). 

immagine per immaginazione ^ Tatto per la 
potenza: deW empia Progne nelfimmagine mia 
apparve Torma (Pur. XVII , 22). Jo non posso 
fuggire che ella (la mia donna) non vegna nel- 
Vimmagine mia (Rim. 1. 3, 30). 

detratto suo da me veduto per immagine, tm- 
maginato: vuoisi questo avvisare per ispecial 
modo, perchè manifesta che in visione appar- 
ve a Dante la sua donna in quelfatto di mirar 
DiOf e che allora fu mosso a fare il somiglian- 
te, per acceso desiderio d*essere seco lei come 
indivisi nel punto da cui tutto l'universo pen^ 
de (Par. XXVIII, 42). 

4 



Molto é licito là, che qui non lece 

Alle nostre virtù, mercè del loco 

Fatto per proprio deirumana spece. 
Io noi soffersi molto^ he si poco, 

eh' io nor tedessi sfaTÌllar dintorno, 

Qaal ferro che bollente esce del fooco. 
B di snbrto parve giorno a giorno 

Essere aggiunto, «onie Quei che puote 

Avesse U ciel d*un altro Sole adorno. 
Beatrice tutta neir eterne , ruote 

Fissa con gli occhi sfava ; ed io, in lei 

Le luci fìsse di lassù rimote, 
Nel suo aspetto tal dentro mi fei, 

Qual si fe'Gtouco nel gustar dell'erba 

Gbe U fé' consorto in mar degli altri Dei. 
Trasumanar significar per verba 

Non si porrja; però Tesempio basti 

A cui esperienza grazia serba. 
S' io era sol di me quel che creasti 

Novellamente, Amor, che'l ciel governi, 

Tu'l sai^ che còl tuo lume mi levasti^ 
Quando la mota, che tu sempiterni 
, Desiderato, a sé mi fece atteso 

Con r armonia* che temperi e discerni, 
Parvemi tanto allor del cielo acceso 

Dalla fiamma del Sol, che pioggia o fiume 

Lago non fece mai tanto disteso. 

S5. Mollo i lecito là ehe qui non lece alfe 
nostre virtù: te nostre sensitive potenze {Con. ID, 
8; Por. rV» 2 e seg.) a molte cose sono qoAs* 
giù deboli, ed ivi han forza abbastanza per so- 
ttenerle» merco del loco (per esser quello il Uioge) 



— SI — 
fatto per proprio éeWutMfna specie: perciocché 
qael Paradiso delle delizie, 1* eccelso giardino 
dove Iddio creò e p((se il nostro primo parente 
(Par. XXYI, 110), fu dato air uomo per sua 
patria terrena, coaie arra d^eUrna pace ^Purga- 
torio XXYIII, ó2). Laonde i nostri sensi ivi son 
più forti, essendo Tuomodi più virtuoso corpo 
oel luogo ove è generato-cAe in aUro, ed avendo 
le cùrpora compone (siccome quello delFuomo) 
vigore e potenza dal luogo dove la loro genera^ 
astone è oràifmta (Con. HI, 3). 

è licito vale è dato^ conceduto di potenza : 
perchè alle nostre vtrtà tanto è licito, quanto 
possono per dono del loro alto Fattore. 

58. Io noi soffersi (sostenni ; Pur. II, 40) 
molto, né sì pocOy eh* io noi wdessi (ma il so- 
stenni, durai nel mirarlo pur tanto cb/ìl vidi) 
sfavillar d'intorno {cosi candente; Par. XIVt75) 
quel ferro che bollente esce del fuoco. Ciò per 
allegoria riesce a dire, che rAllighieri era de- 
gno del celestiale benefizio deUa sapienza. La 
quale, primo dono, com* è, dell* ineflEibile carità 
dello Spirito Santo (Con. lY, 24) non riconosce 
fìè accoglie per degno alunnOf se non chi le si 
accosta eoa purità di cuore vivo alla grazia, 
gfcchè sostenga pntro di sé V irradiamento della 
Eterna' luce. Quella eccelsa «paia deli* Impera- 
tore del deh (Con. IIL 12) non ama se non 
coloro che V amano (ivi 11) e disdegna gli spi- 
riti maievoli fuggenti da Óip; sjnuJmenle che 



— 62 — 
r aquila rifiata per suoi figlinoli quelli che non 
^ possono durar rocchio al rajjgi del sole (V. N. 
al V. 46). 

qual ferro che boUente esce dal fuoco: nel 
poema s* Incontra spesse volte una somigliante 
immagine: Non aUrimenti 8 ferro iisfàvilla che 
bolle come % cerchi sfamttaro (Par. XXVIII). 
vero sfavillar del santo spiro come si fece subito 
e candente — agli òcchi miei, che vinti noi sùf^ 
friról (Par. XIV, 76). Tra gli avelK fiamme erano 
sparse per le quali eran sì del tutto accesi — che 
ferro ptà non chiede verun' arte (Inf. XIX, 148). 
Mai non si videro in fornace vetri o metalli sì 
lucenti e rossi (Pur. XXIV, 138). Da questa va- 
rietà di modi figurati che pur tulli hanno un*i- 
dea comune, si può apprendere un lodevole ar» 
tifizìo di che rAUighleri per proprio esempio 
suol esser maestro. A tal uopo faceasi consi- 
deratione, ohe nel primo caso viene recata per 
similitudine la cosa istessa (il ferro uscito bol- 
lente dal fuoco); ncir.altro s'accenna alla sua 
proprietà di candore (1* esser candente); nel ter- 
zo si tocca Vuso a cui 1* arte si giova del ferro 
acceso; infine ricordasi il luogo (la /ornaci) dove 
il fatto meglio ai verifica e più ferisce gli sguar- 
di. La ragióne del bello in Dante ò tutta quanta 
e sempre. 

62. Quei che puote è Dio, la divina pole- 
state (Inf. Ili, 5) la suprema possanza (Para- 
diso XXVn, 36) il Potente (liif. IV, 63); perchè 



— 53 — 
puote ciò che vuole (ivi ni, 96). Sì mi parve 
giomo a giorno^ luce a luce (Pur. VII, 64; XXIX» 
91) cosi gran lume (v. 84) essere ivi aggiunto, 
come Dio avesse adornato il cielo d'un altro sole. 

64 neW eteme ruote, cioè a dire negli eterni 
giri (Pur. XXX, 93). ne'cipli che hanno nor 
tura circolare (Par. Vili, 127) , cominciandosi 
il loro moto dal mobile primOf il quale riceve 
r impulso dalla mente divina (Par. IX, 3). Al 
luogo presente Veterne ruote indicano in special 
modo il cielo o la ruota del sole, dove Beatrice 
riguardava (v.46) o generalmente il cielo (v.l43) 
verso cui, dopo aver soddisfatto al desiderio dì 
Dante, ella tornò a convergersi. 

65 ed io in lei U luci fissi, di lassù rimate, 
allontanate che io l'ebbi dal sole. Parmi la mi- 
glior lezione fissi in luogo della comune fisse, 
sì perchè di ciò mi convince T autorità di molti 
codici, si per il migliore costrutto che sem- 
brami questa : Dopo aver rimossi gli occhi dal 
sole, io li fissai nella mia donna. 

Nel suo aspetto, guardando lei (Con. Ili, 8), 
dico negH occhi e nel suo dolce riso (Ganz. Amor 
che nella mente mi ragiona) tal dentro mi fei, mi 
trasmutai dallo stato umano passando al divino 
(Par. XXXI, 37), lo spirito mio indiandosi trasw- 
mano (v.70). Qual si fé' Glauco nel gustar dei- 
l'erba, la quale il fece consorto (della medesima 
sorte o condizione) degli altri Dei dèi mare, il 
trasformò in uno di loro. 



— Si- 
Dante con qaesto Memi^ palesemente ne 
dice» com'egli per grasia (r. 72) fosse levato 
al cielo (t. 75) e divenisse quasi un di que^iptriti 
beali che rieonpiefiilosi della lece di Dio« soi> fMi 
M (Par. y» 123). Ma la verità di lutto eiò si ri- 
trova nella sentenza allegorica, a cbe il mistieo 
autore pur sempre s'appunta e ci riebiama. Per 
affissarsi ueiro^pelfo, cioè mgii occhi e nel riso 
della sapimiza, la eoi helksxa ha pottslà in nm-- 
novare natwa in coloro cht la mirano (Con. Uh 
9), il nostro poeta senti dentro da sé (rinno* 
vato il suo cuore)^ trasmutarsi a tanto aita e 
nobile condizione come un di quelli^ cbe AristO'^ 
tile chiama divini (Con. 1II« 7) e son quasi Dèi 
(Canz.: Le di^ci rime d^amor ch'io eolia). E 
qui si eonvien sapere, cbe gU occhi deUa sa-^ 
pienza tono k $ue dimoetrasionif le qnaH dritto 
negU occhi delf inteHeiio innamorano T anima 
(Con. II, 16) e fanno vedere la verità ceriiisima^ 
mente; il suo ri$o tono le tue pertuaeioni nette 
quali ti dimottra la luce interiore deUa tapiensa 
tatto idctm velamento (Con. Ili, 1&). Per queste 
dimottrasioni e pertuationi della sapienza TAI- 
ligbierì potè ottenere quella vera felicità else 
per coniemplosione dsl vero quaggiù si acquitia 
(Con. Ili, 12) e salire quasi a fUotofare in queUa 
Atene celettiale^ dove pc^r l'arte della verità 
etema tutti i filosofi d*ognt setta in im Mlere 
coticorrona (Con. UI, 14). Questo è il proprio 
tratumanare^ òbe Dante accenaa gli «vveoisse 



— 55 — 
per crosto, otteouia da Dio, intercedente la sua 
gloriosa Beatrice che tuttora gii viveva in men- 
te (Con. II. 2). Però mi si consenta di esclamare 
con Ini: nobilissimo ed eceellentissimo cuore che 
netta sposa dell'Imperatore del cielo s'intende! e 
non solamenie sposot ma suora e figlia dileitiséima 
(Con. IIL 12). A siffiiUi insegnamenti fa d'uopo 
tener fermo il pensiero, chi voglia davvero in- 
sinuarsi nella mente dei sommo poeta e pigliar- 
ne guida a comprendere Tallegoria del Paradiso* 
68. Glauco, non si tosto vide, che i pesci 
dajni predati, moveansi al toccar dell* erba 
{contacio gramine) su cui li avea posti, e mu- 
iavan fianco e fuggivansi tutti nell'pnda, stupi 
e in dubbio ne ricercava la cagione, fra sé 
dicendo: Num Deus hoc aliquis ^ num succus 
fecerit herbcB? Qum tamen has, inquam^ vires 
habet herba? Manuque pabuks decerpsi^ decer^ 
ptaque dente momordi. Vix bene combiberant igno^ 
tos guttura succoi, Cum subito trepidar^ inius 
prcBcordia sensi, AlUriusque rapi naturce pectus 
amore. Nec potui restare loco repetendaque nun- 
quam^ Terra^ i>ale, dm, corpusque sub cequore 
merst, Dt maris excepto socio dignantur honore 
(Ov. Met. XIII, 940). Non reputai inutile di sot- 
toporre all'attento sguardo de* miei lettori questi 
versi delle Uetamorfosi; i quali sono il proprio 
commento del luogo citato* Giacché per essi 
veniamo a scorgere chiaramente che Dante alla 
divina luce in lui rherberau» da Bieatrice (v. 75) 



— 56 — 
senti trepidare le sue mcere ; rapirsi ti petto al^ 
V amore d'un' aìtra natura, mutarsi di luogo e, 
dato fin perpetuo saluto alla terra ^ esser tra- 
sferito in cielo fra il coosorzio degli /ddii. Di 
taato nome godono veramente ì beati^ per ot- 
lenimento della divinità: nam sicuti sapientUB 
adoptione, sapiev4es fk^nt, ita divinitatem adeptos^ 
deos fieri simili ratione necesse est. Omnis igitur 
beatus^ deus^ sed natura .quidem unus^ parteei- 
patione vero nihil prohibet esse quam plurimos 
(Boet. de Con. Ili, 10). A qoeslo consuona la 
sacra parola :i?9odia;t Dii estis (Ps. 81, 6). Quanti 
pensieri non ridesta egli, il poeta nostro, in 
ebi amorosamente ti ricerca e fedele prosegue 
te vie da lui mostrate e percorse! 

70. trasumanar, vale passar dall'umano al 
dtinno, dal tempo ali* eterno (Par. XXI, 37), sa- 
lire dal mortai mondo (Par. II» 48) al cielo, 
paese sincero e libero da corruzione (Par. VII, 
130). Quindi veniamo a intendere, che Dante, 
sollevato per grazia (v. 73) da lume superno 
(v. 75) divenne uno degli Iddii (Par. IV. 123) 
abitatori del cielo, quasi angelicata creatura o 
intelligenza separata da materia ; conciossiachè 
tra VangeHca natura (cbe è cosa intellettuale) e 
l'anima umana non s'interponga grado akunOf 
ma sia T uno e f altro continuo per gli ordini 
delli gradi (Con. UI, 7). 

Significar per verba non si porrla: non si 
potrebbe ritrarre (Par. XXX, 64)» dire a parole» 



— 57 — 
perchè la Ungua non è di qutìlo dU Cintelltito 
vede campiutametHe seguace (Con. Ili, 3), e per 
tà novità di quella mia eotidizionef la quale per 
non essere dagH uomini sperici non sarebbe da 
loro intesa (ivi II, 7). Di sifTaUa maniera l'AI- 
Itghieri commenta quel suo verso : Io noi so 
dire aUrm, si mi par nuove (G«nz.: Voi che iti- 
tendendo il terso del movete). Alle cose, per loro 
(Utezsa e per loro esser nuove^ vien meno il 
parlare. 

71. però r esemplo (allegato al v. 68 e co- 
m.* ivi si dichiara) basti a cui esperienza (del 
fatto) grazia serba: intendi» a colui , al quale 
grazia (il gratmto divino lume ; Pur. XIY, 77) 
serba a sperimentarlo, destina, elegge ad avve- 
rarlo in sé stesso. Donde ci si fa lecito ad ar- 
gomentare , che il cristiano poeta fu degnato 
di tanta elevazione (Ep. Gan. § 28) di sì alto 
levarsi (v. 75)» per tutta grazia o lume celestiale 
(v. 15). Né tal ntwvo stato potrebbe intendersi, 
salvo che in om6ra od immagine {esempio) e 
solo da chi la grazia riserba a farsene esperto^ 
a pigliarne esperienza. 

73. s*io era sol di me quel che creasti no- 
vellamente: cioè se io era sensibilmente o solo 
COD quello spirito creato in suo essere intero 
(Pur. YII, 131), spirito nuovo da te spirato in 
quelle membra che Varie di natura m'avea 
composte (Pur. XXV, 71). In breve: se io era 
iB corpo e spirito- o solo spirito fuori del corpo. 



— 58 — 

Ciò è ad ioiìUtione dì qoanto TApostoto rap- 
porta di sé stesso: scio fttifuMiiodt homnem {me 
in corpore, sive ewtrn corpus nesdo; Deus sei^ 
quoniam raptus est in paradisum {Cor, XH, 3, 
4; Ep. Cali. S 28). 

nw>eaamente ha qai un sigoiicalo luUo suo 
proprio e, secondo ch'Io ne vedo e Dante fn*io- 
segoa, importa quanto m essere intero^ perchè 
cotale, succede la creas^ione dello spirila nuovo 
che i\ Motor primo spira nel feto s\ tosto, 
come r articolar ddcerebro è perfetto (Pur. XXV, 
69). In questo pensiero m'Induco e raffermo, 
riflettendo che cose nuotale (Par. VII. 72) si ado- 
pera per con create e còsi nuovi per crea(t 
amori (Par. XXIX, 18); generar di nuovo per 
creare (Con. IV, 16); rinnorom (Par. XXII, 71) 
per nasci ab integro (Vir. Egl. X, 14) ed anche 
creiir di nuovo per creare dal niente , tu eàsere 
intero^ ex integro (Pass. Trat. de'sogn.). Inoltre 
si dee considerare il a^^nso che n0ve, ha in 
que* versi deli*Egl. 2 di Dante a Giovanni del 
Virgilio: Quod mentes hominum fabatur (Al- 
phesibaeus) ad astra ferantur Unde fuere^ nove 
cum corpora nostra subirent. Donde si diacer- 
ne, che di nuovo o novellamente può talora 
prender V istesso valore che im essere intero, 
dal niente, ab integro, ancorché quesl' idea già 
si trovi inefaiusa nel creare a cui il detto av- 
verbio suol essere congiunto. Al nostro pro- 
posito fanno questi luoghi del Tesoro: Il sesto 



— 39 — 
giorno Dkk fece Aiamo ad immagine e «mi(il«- 
dine ina e poscia fece Eva sua compagna delk 
coste di Adamo, e creò allora lanime di (dai) 
Diente e misele nel corpo loro (I, 6.) Dio crea 
ogni dì nobile anioie di oienio (I, 7). Ed in- 
vero la nostra tita (aoima) è senza^messo <pì- 
rakL daSa somma Bonià (Par. YIl^ 142] , od 
altrimenll : là cele$liaÌB anifnfit discende in noi 
dair altissimo abitacolo (Con. lY, 21). 

Novello posto in corrtapondeiiM ad antico 
signiflca recente, (Par* XXI» 26); e recenti so* 
Bo appaoto qm" primi secoli da che il mondo 
fo fatto (Par. XXII, 76); benché» a dir preciso, 
recente sia a riferirsi al tempo e nuovo alle cose, 
ginàta i* oso de* latini. Questo or io accenno 
per determinare, che modernamente^ non di re^ 
cente o di fresco^ è il proprio senso di novena^ 
mente in quel Luogo del Pur. (XX, 51) Di me 
son nati i Filippi e i Luigia Per cui novella* 
orante è* Francia retta. Non sarà poi invano se 
aggiungo» che nuoto tiene eziandìo valore di 
altro o secondo (Par. I, 96) » e di nuovo può 
importar anche per la prima volta , come a^l 
Pur. (XYII, 68.) Questo amore è natura che 
per piacer di nuovo in voi si lega. In tali si- 
gnificati novellijmentet rinnovarsi^di nuovo^nuofvo 
fliancano nel nostro vocabolario o vi son naal 
deOnitL 

74. VAmar che il del governa è Iddio che 
muove il sole e 1* altre steHe (Par. XXXHI , 



— eo- 
lia), e lassù regna (Inf, I, 124) come impera^ 
tore (Con. Ili , 12. Coslo imperilans i4f/w) 
(BoeC. Con. il, m. 8). 

Se io era solo spirito, Tu, Dio, t( sai, che 
col tua lume (a me riflesso dagli ocebi di Bea- 
trice pur fissa in Te (v. 74), Dell'eterne ruote 
di clìo sei il m#ore) mi levasti^ mi facesti trar- 
sumanare (v. 70) o, come ei ridirebbe, m*tn- 
cielasti. 

76. Quando la ruota, che tu sempiterni de- 
sideralOf il cielo^cbe tu sempiternamente giri, 
miu)vi sempre con amore ,e con desìo (Para- 
diso XXIY, 131). Nella sua generalità cielo 
comprende tutti i cieli, epperò ancbe questo a 
cui ora specialmente s*acceDQa, c^oè quello della 
lunOf e proprio la sua parte estrema o circon-- 
ferejiza^ onde si forma la sfera del fuoco. Laonde 
il fuoco, avendo am^r naturato a cotal circon^ 
ferenza di sopra lungo il cielo, della luna, sempre 
sale a quello (Con. Ili, 3), sempre si {Sorta tn'- 
ver la luna (v. 115). Che di fatto H luogo or di- 
notato sia quella parte del cielo che foroia la 
circonferenza o sfera del fuoco, se ne ba cer- 
tezza ne' versi susseguenti. Come poi Iddio 
renda perenne il moviménto dei nove cieli 
sottoposti all'Empireo, discorrente primo fra 
essi quello della luna, e quale destdeno sia loro 
impresso quasi per cagione motiva, cel dicblara 
il poeta colle sue precìse parole: Omne quodmo^ 
veturf movetur propter aliquid quod non habtt, 



— 61 ^ 
quod est tenninui sui motus; itcui ce^m IwM 
movHur propter aUqtuim pariem sui quw non léabet 
tUud ubi ad quod^ movetur: et quia pars qutBlibet 
eiuSf non adepto quodlibet ubi {quod est impos^ 
sibile), movetur ad aUudi inde est quod semper 
movetur et nunquam quieseit et est ejus appe^ 
titus. Et quod dicUur de calo /tdi^ inteUigendum 
est de òmnibus prmter primum sive empireum^ 
(Ep. Gan^ § 26). L'Eoìpireo» cielo quieto^ è co* 
gione al primo mobik per avere velocissimo mo^ 
vimenlo; poiché per lo ferveniissimo appetito 
(desiderio, amor naturato) che ha ciascuna parte 
di quello nono cielo (che è immediato a quello) 
d' essere congjlunta con ciascuna parte di quello 
decimo cielo difinissimo^ in quello si rivolvecon 
tanto desiderio $he la sua velocità è quasi in^ 
comprensibile (Con II» 4). A noi moderni que- 
ste spiegazioni nulla provano; ma son pur 
quelle che ci bisogna attendere, se vogliamo 
entrare ìliritto negli intendimenti del nostro 
autore, educato alla filosofia del suo Aristotile. 

À sé mi fece atteso (rivolse a so il mio 
omino e sguardo, dipartendolo da Beatrice do- 
v*io Tavea fisso) con V armonia che Tu tem- 
prando i gravi suoni cogli acuti^ produci ne* cie- 
li e stabilmente governi ; perocché i cieli ed i 
loro angelici motori sono quasi corde che la 
Tua destra allema e tira (Par. XY, 6). 

Discerni parmi risponda a quel dello di Boe- 
zio: perpetua ratione gfdfemae (de Con. 2.m.8), ed 



— 6é - 
abbia però valore di étabUi$ci àaì dectrner9 
delatini: esseodo 1* armonia de- cieli stabilita da 
Dio, come per legge di natura. Perocché Egli 
che primo fa a muovere lotlo il cielo, il muove 
cotttinuamente e hf^ovendo, lo armonizza (Pur- 
gatorio XXXI, 144), e atte noie degli eterni giri 
rende tuttora concordevole il canto delle in^ 
teìHgenze motrici (iti XXX, 93). Il vocabolario 
non segna il diiterne^e nel senso che al pre^ 
sente gli si vuol dare, giacché dimdere^ dfelin** 
guere non vi si aflà punto^.chi pensi che la 
iislinsione de' suoni celestiali fu primamente 
nel pensiero di obi li temprò 9A armonia. Que- 
sto armonioso concento cbe 1* Alligbieri sup^ 
pone aver sentito ne^oieli, gli dovette essere In- 
dicato da Cicerone. U quale immaginò che Sci- 
pione nel suo Sogm> sì rivòlgesse a Massinfssa 
dimandando la cagiDoe del granie e cosi dolce 
suono che gli parve «dh*e in cielo: l^tic «si, 
qui comptel aures meas tantus et tam duleis so* 
nust Eie est, intuii tUe, qiii imurvaUis coiutMicHis 
imparibue, sed lame» prò rata purUum ratione 
distmctts, impuhu et melu q>5ortim orbium am*' 
fmiur: qm acuta tum grambus iemperans, varios 
(BquabiUter conceutus efficU. Nec enim sHenti^ 
tanti motus incUari possimi; et natura feri^ ut 
estrema ex altera parie grmUer^ ex altiera au^ 
tem acute sànent. Quam ab eaueam summue iHe 
sèelUfer ^eM cursus^ cmiue convereio e$t concita^ 
fitte, acuto et exciMo movetur eono^ gravissimo 



— 63 — 
autem hic lunarie atque infimus. Nam lertmhonq 
immobilis manens t ima sede stmper hànt y 
eomplexa medium mundi focum. IIU autem odo 
euir$u$f in quibus eadem vis eét duorum, septem 
ef/iciunt distinctot intervalli sonos: qui numerus 
rerum omnium fere nodus est (De Somn. Scip.). 
In breve ecco 1* anità delta spiegata sHÌ^ 
goria (v. 46*83) : Beatriee, che mira mUa fac* 
da di Dio 9 apparve in questuarla a Dante, ed 
egli quasi per congiugnersele eternanente, do- 
▼oto e già uscito deìV antico errore, a Dio totto si 
rivolse. E merco di quella gentilissima, ne at^ 
tinse nuova grazia , da poter affissare il suo 
sguardo e studio nella sapienza, e per uso amo* 
roso di questa liberarsi dalle misere e vili dt«- 
lettazioni e dalli volgari costumi. E a tanto nobile 
e sì oHa condizione si elevò come non fosse altro 
che Angelo (Con. Ili, 7), cioè si fece divino, <*tn- 
dUò, quasi intelligenza separata da materia. In 
queir ora la sapienza si il prese e forte a sé il 
tenne legato con amore, che più non gli lasciò 
distendere altrove t stiot pensieri (Con. II, III, 

POS.). 

A fieir cessare le^ dubitazioni soli* inconve- 
stenza de*vocaboli« slimo di rimettere in me- 
moria altrui, ctae per Dante, filosofia, sapienza, 
scienza divina, sdensa perfetta, scienza, sapere, 
importano lo stesso: siccome pur valgono egua^ 
mente ottima vita o felicità, vita perfetta, con- 
tentezza di beatitudine^ amor4^o uso d^sapimsa, 



— 64 — 
^t«<Ito di scienza^ umore di $apere^ vita di eoH'^ 
iemplazione, vita »peculativa o d* intelletto^ tnvere 
in ozio di speculazione, felicità che contemplando 
fi acquista^ eseere in filosofia^ aver uso di filoso- 
fia^ speculare^ filosofare e via discorrendo. Né 
parmi fuori luogo di. osservare pur anco» che 
la fliosofla ( la .gentilissitfM donna tanto cele- 
brata nei Convito e che nella Comedia riveste 
le sembianze di Beatrice ) appartiene in prima 
a Dio, per modo perfetlo e ver&,^qua$i per etemo 
matrimonio (Con» II, 12); secondamente s'ap- 
propria alle altre inteUigenze separate « perchè 
sguardano continuamente in Lui^primo fonte don- 
de quella deriva. Appresso fa filosofia è delVuma- 
na intelUgenza per isguardare discantinuato^ (in- 
terrotto ) in Dio che è il vero; dico per guar^ 
dare discontinuato^ perchè la nostra sapienza è 
abituale solamente e non attuale, abbisognando 
r utnana natura , fuori di speculazione , alcune 
cose a suo sostentamento (Con. Ili» 13). Que- 
ste dottrine fa d* uopo sieno ben presenti al 
pensiero, qualvolta altri sia studioso di pene- 
trare i veraci intendimenti che il grande poeta 
volle nasconderci figurandogli suo paradiso. 

La filosofia, al modo che la tetendea Dan- 
te, abbraccia ogni scienza e massimamente la 
scienza divina, ed è pertanto a osservare, che 
egli la scambia le molte volte colla sapienza 
istessa, la quale, a dir proprio, non ne costi- 
taisce cÌM la materia, essendone amore la 



— 65 — 
forma. Ma come la potenza ti piglia per l'atto, 
la forma per la materia e 1* ud V altro per le 
cose io cui questi accidenti sì trovano, quindi 
ai chiarisce la ragione del nostro poeta nel- 
r uso indififerente de* sòpradetti vocaboli. 

La novità del saooo e M grande lume 
Di lor cagion m'accesero an disio 
Mai non sentito di cotanto acame. 

Ond'ella^ che vedea me si com'io^ 
Ad acqoelarmi l'animo commosso, 
Pria eh* io a dimandar, la bocca aprio, 

E cominciò: Tu stesso ti fai grosso 
Col falso immaginar, si che non vedi 
Ciò che vedresti, se l'avessi scosso. 

Tq non se' in terra si come tu credi; 
Ma folgore, fuggendo '1 proprio sito^ 
Non corse come tu eh 'ad esso riedi. 

82. ìa novità del suono ( dell* armonia, cbe 
a sé il richiamò: v. 78), e il grande lume (v. 80) 
venutogli allora a vista, tennero Dante sospeso 
fra il dubbio (v. 94) e lo stupore (v. 98), e 
cosi lo accesero di fortissimo desiderio a sa- 
perne la cagione. Essendoché la cagione non 
manifesta di una cosa suole indurne 1* animo 
in ammirazione (Par. XXIIL 37); e le cose, 
in qtusnto paiono grandi e mirabili (o nuove) 
fanno voglioso di sapere di quelle chi le vede^ 
ode, per akun modo le sente ( Con. lY, 25 ). 
Ad fadem causiBnon pertingentes novum effectum 
eomtmiter admiramur (Mon. II, 1). 

5 



— 66 — 
83. m'aeoB$eto un dtiio di sapere lor oa^ 
jtoMt nud non sentiio di cotanto aetMne» che aU 
tro eoéì non mi tmfi$m mai, con Casto stimolo 
(Pur. XXY, 7), di si forU acume (Par. XXYIU» 
18 ) puMm { Fan XXH, 24). Ecco ud alAro 
modo bellissimo e non meno espressivo con 
che il poeta rinnova questo concetto: ninna 
ignoranza (ascosa cagione) mai con tanta guerra 
mi fé' desideroso di sapere (Par XX, 146). Qua 
s* immagina la causa non conosowla* che com- 
battendo sprona V aoinno a cercarla coù vi- 
vissimo desiderio: ivi il desiderio iatesso è, che 
a quella ioefaiesta Io strraola ed affretta. Que- 
sto pensiero, uno nella radice» diversifica nella 
forma a cui nuovamente si riduce, e chiarisce 
ognora più che la maestria del solenne artista 
tien dietro alle più minute cose, e si le con- 
sidera e raAigura come gli fosser presenti e 
variamente atteggiate. 

86. ond^elta che ( riguardando in Dio da cm 
nulla si nascoeède: Par. XXIX, 78) vedea me 
( ii mio tacilo desiderip ), siccome io stesso (ve- 
dea me per interior stntimento, cogli 4)cchi in- 
tdkttuali o della coacienaa): il mio cuore sto^ 
oome è a me stesso (tal quale tio io senio), a 
lei era aperto là dove agni cosa dipinta si veit 
(Par. XVIL 42). 

86. Ad aoqueiarmi f anima commosso dal du^ 
Ma (v. 94; Par. lY, 64) e per grande am»\ira%iane 
(v. 98 ) o stupore. Il quale pur genera in^iiie- 



— 87 — 
Uidioe, perchè è patmne o $iordim$nto d' animo 
per {grandi e murawgUose cose vedere o udire 
(Con. IV, 15); siccome*' era Ìb novità^ fi«ova 
maravìgtia, dei suoso e la grandezza del lume 
quivi ammirata. Pria ck'ia aprissi la bocca 
{parbuÈi: Par. XXYII, 63) a dimandare la 
cagione ond* lo era in cura forte eospeso (Par. 
XXVQL. 40 ) partò ella a soddisfare il mio 
tacito desiderio, e si quietarmi la eommojston^ 
dell* animo. Il nostro Autore risparmia al pos- 
sìbile le parole sen2a né puAto mai offendere 
4a chiarezza, e lascia che 1* intellefto de' lettori 
v'aggiunga del proprio quasi a dilettevole com- 
penso del faticostl studio a cui egli per cenni, 
anziché per intero parlare, ci rimena e tiene 
obbligati. 

88. iu $ie$eo ti fai presso,, V intelletto, lo 
ricopri d* un gro$éo velo , oome di nebbia 
(Par. XVI, 4; XXVIII, 90; Pur. XVI, 4) col 
jfalio immaginare^ immagiikando quanto non è. 
Ed occupato da questi faisi errori (Pur. XV, 111) 
non tsédi ( cogli occhi inéeHettuaU: Con. II, 7 ), 
non diseerm ciò che vedresti, se FoDeisi scosso 
dt9ù$io giù ( lof. XVni, 19 ) tolto via quel 
velo di erronee^ immagini che t* ingombra 1* in- 
telletto. Eladi, menti grosse per età, menti igno" 
ranU ( Pur. XI, 93; Par. XIX, 65 ), T antica 
groeeexza per Vign^ranta degli Antichi astro- 
loghi ( Con. II, 8 ), persona grossa per ietoUa^ 
spogliata di acienza (V. N. p* AO) e cosi d*al- 



— es- 
tro voci; presa la somigliaoia dei vapori^ che 
faceodo per loro spessezza velo agli occhi, 
grimpediscotto il vedere. 

89. coi falso immaginare coi falsi errori 
della tua immagiDazioDe, credendoli di essere 
in terra dove più non sei (v. 91). VinteUetio 
nostro trae qìAello eh' ei vede^ dalla virtù orga- 
nica cioè la fantasia ( Con. Ili, 14 )• epperciò se 
questa errando concepisce /als^ immagini, l'in- 
telletto che quelle apprende e di esse fa mate- 
ria a* suoi giudizi^ si rivolge sul falso^ e se vi 
si affida come al vero, mal credendo, mal gin- 
dica stima. Lo studio (vagliami il ricordarlo) 
che io mi sono imposto è df spiegar Dante con 
Dante^ dir voglio colle sue dottrine: epporò la- 
scio queste al libero discernimento altrui. 

91. Tu non se' in terra $% come tu credi (per 
fallace immaginazione: v. 89 ) ma folgore^ jfug- 
gendo il proprio sito ( la sfera del fuoco, la seù 
dove la sua naturoHtà lo ritiene e pKi è do- 
rabile in sua materia: Pur. XYIII, 30 ) non 
corse come corri tu che ad esso (sito del fuoco) 
riidif fai ritorno. Riedi non è qui in grazia 
della rima, né per significare il salire di Dante 
da terra in cielo opposto a quello del fulmine, 
che è di cielo in terra; si veramente perchè 
y anima nostra volontier torna a Lui che la Mh 
stulla (Pur. XVI, 91), percorrendo di nuovo la 
via onde mosse ad informare il suo corpo. Il 
cielo ò la patria delle anime noatre» di là par- 



tirono dal loro lieto Fattore , ivi desiderano 
massimamente di ritornare * come desidirio 
di ciascuna cosa è ritornare al $uo principio 
( GoD. Il, 6 ). Quindi il salire al cielo per noi 
si considera quale un ritomo nella propria 
mansione o città ^ un ritornare a Dio, siccome 
a quello porto onde V anima nostra si partì 
quando ìjenne ad entrare nel mare di que^a vita 
(Con. IV, ^7). Né ciò si conforma alla npro* 
vaia sentenza di Platolie, perchè questi dice 
che V alma alla sua stella riede, credendo quel^ 
la quindi esser decisa (dipartita) quando na-^ 
tura per forma la diede ( Par. IV. 52 ). Lad- 
dove r eccelso poeta , per condiscendere alla 
nostra facoltà , pone che le anime degne , di- 
partendosi dal mort%l mondo, trapassino per i 
cieli e le stelle, onde ritornare a Dio, ma sta 
fermo a credere che il luogo di spiriti beati è 
VempireOf secondo che la Santa Chiesa puole che 
non può dire menzogna ( Con. U, 4 ). 

Del rimanente il discorso di Beatrice a ciò 
si riduce: Tu più veloce che il fulmine non 
piomba a terra, corri alla sfera del fuoco, né 
quindi ti dee far maravigliare la ngviià del 
suono, perchè Mi che le sfere o i cieli (v. 68) 
sono isW eterno amore temprati ad armonia; 
né tanto meno ti ha da recare stupore la gran^ 
dezsa del lume, perchè questa dove or ti ritoroi, 
è la fiammeggiante sfera, che però si deno- 
mina dal fuoco (Pur. X, 57). Ma quale è la 



— w — 

veraied fteoteoza, cbe da questo dHeorso risolta? 
A pigliarla eon certeiza e ptrsnaderla altrai 
stimo opporlpno di trattarDe a Inogo migliore, 
dove ci riooodurrà la risposta di Beatrioe al 
nuovo dubbio oke Dante or le verrà propo* 
neiido. 

Ma al presente mi viene in aeconcio di de^ 
terminare, che s' intenda per la sfera dei fmc^ 
e perchè questar sìa fatta preceder» agli attri 
eieli, dove p«r vario aspetto e grado di beati- 
indine^ si dimostraóo gli eletti del paradiso. 1 
in prima: il fuoco ben fi\ adatta a significare 
aariore diramare o di cariià (Gw. lU, 8; Pur- 
gatorio XV, 6»); e ardore smie (Par. Yll, 74) 
è detto Iddia, ohe è V eterno amore (Para- 
diso m, 134 ). Pertanto i^ credo dt appuntarmi 
al vero se io dico che la $fera éel fuoco sia»* 
boleggia la carità e il vero amore (Par. VI, 114). 
E siceome la forma del féoco è nata a $éire 
(Par. XVm, 26) cosi Y aioore virtuoso airaMi 
cose ci trae (Par. XY, 53). Ancora il fnoco 
nel suo proprio luogo è ptera e niuna straniera 
impr^sione ricevendo, pia ò durabile in stta 
materia ( Par. XYIII, 26 )*, e però rende con- 
venevole figura detta purUà dell* amore, che a 
Dio ei soUeva ( Thom. 22, qn. VII, 2. 4). E 
saviamente il nostro autore pose la i/itra del 
fuoco come la via per salire a Dio; perocché 
Dio è oarità e tiene apparccebiate le ave deli- 
aie solo a ecioro che^h amano (Mk I, 4; Pani. 



— 71 — 
Tim. 3, 4) M la rita di pace e di amort (Pa- 
radiso XYIII, 8 ) si può godere se noti da ohi 
bene amando seppe acquistarlo^ Oltre che, a 
fUosofare è necessario amore (Con. 111» 13): e 
filosofia la quale è speculazione del vero e 
s'appropria alla divina Essenzia^ costituisce la 
beatitudine del nastra iniellelto ( ivi ). Perciò 
senza amore ^ non si può giugnere a felicità. 
La quale quagt^iù si preliba da chi ammdo la 
sapienza, vive in queffa beata filosofa che intesa 
come Dante Tintende, accende le tre sante virtù 
per le qìiali si sale a filosofare in quell'Atene ce- 
lestiale^ dove per l'arte della verità eterna le 
intelligenze hanno impermutabile pace e con- 
cordia ( Con. Ili , 14 ). Si ditmniai per punto 
il concetto secoDdo^cut Dante figurò Jl Para- 
diso, e apparirà così giusto e sì regolato per 
iscienza teologica, che la verità potea solo in- 
sforarlo, la verità solo dar forze a compierlo. 

S*ì' fai del primo dsfabìo ^svestito. 
Per le sorrise parolette brevi, 
Dentro ad un miovo più fui irretito; 

E dissi: Già eonlento reqnievi 
Di grande aoiaìrasiOD; ma età amniro 
Com' io traseenda questi eorpì lievi. 

Ood' eììa, appresso d" on piai sospiro, 
Gli occhi driaiò ver me oon quel sembiante 
Che nuidre fa sopra fl§liiiol deliro; 

E cominciò: Le cose lutt* quante 
Haan* ordine tra loro; e questo è forma 
Che l'universo a Dio fa simigliante. 



— 72 — 

Qui veggion l* alte creatore V orma 
Deir eterno valore, il qaale è fine, 
Al qaale è fatta la toccaU norma/ 

Nell'ordine chMo dico sono accline 
Tutte natare, per diverse sorti 
più al principio loro e men vicine ; 

Onde si maovono a diversi porti 
Per lo gran mar dell'essere, e ciascana 
Con istinto a lei dato che la porti. 

Questi ne portai fuoco inver la Luna; 
Questi ne' cuor mortali è permotore; 
Questi la terra in sé stringe ed aduna. 

Né pur le creature, che son fuore 
D' intelligenzia, quest'arco saetta, 
Ma quelle eh' hanno intelletto ed amore. 

La providenzia, che cotanto assetta, 
Del suo lume fa '1 ciel sempre quieto, 
Nel qual si volge quel ch'ha maggior fretta. 

£d ora li, com'a sito decreto, 

Gen' porta la virtù di quella corda 

Che ciò che scocca drizza in segno lieto. 

Vero è, che come forma non s'accorda 
Molte fiate alla'ntenzion dell'arte, 
Perchè a risponder la materia è sorda; 

Cosi da questo corso si diparte 
Talor la creatura, ch'ha podere 
Di piegar, cosi pinta, in altra ptrte, 

(E si come veder si può cadere 
Fuoco di nube) se T impeto primo 
A terra è torto da falso piacere. 

Non dèi più ammirar, se bene stimo. 
Lo tuo salir, se non come d'un rivo. 
Se d'alto monte scende giuso ad imo. 

Maraviglia sarebbe ili te, se privo 



— 73 — 
D' im^imcnto già ti fossi assiso^ 
Gom' a terra quieto fuoco vivo. 
Quinci rivolse in ver lo cielo il viso. 

94. S'i'.fui del prima dubbio disì>eslUOf spo* 
gitalo, sciollo (Par. VII, 22) e pereto Ubero, 
Dante perspicactssioip a prendere tutte le sem- 
bianze a che si atteggia 1* amano pensiero, si 
mostra poi incomparabile artefice s^ cosi bene 
figurarle, che la cosa ti si presenta nell'inte-* 
rezza di sua natura. Sotto i più svariati co- 
lori e negli effetti che più cel fanno sentire e 
il dimostrano, eccoti il dti66to: una veste di che 
r animo $' impaccia; una rete dentro cu! resta 
cxcalappiato ( v. 97 ); una mordace cura che 
lo occupa o commuove ( Par. IV, 64 ), il lega 
(Par. IV, 18) o io sospende (Par. XX Vili, 39); 
un nodo che lo atn^ittippa ( Inf. X, 93 ); un 
forte legame che Io c<^tringe ( Par. XXII, 50 ); 
im peso che colla sua forza l' aggrava ( Para- 
diso XX, 84 ); una ne66ta che il ferisce od of- 
fende ( Par. XXVIII, 90 ); un velo che gli torba 
o nasconde la vista ( Inf. XI, 91 ); un impedi- 
mento che lo ingombra, una tenebra onde s* in- 
volge e viene oscurato (Pur. XXIII, 136; 
XJ^VII. 91 ). 

95. Per le sorrise paroUtte brevi^ che sorri- 
dendo mi disse. Il perchè d* un si (ktto sorriso 
e come in simili casi ci venga spontaneo alle 
labbra, lo apprenderemo dal nostro cortese aiae- 
atro. Sicut ad faeiem eausce non pertingentes. 



— T4 — 
novum effectum cammanHm' aritmimnmrT sic cum 
Mtisam cognoseimus, eos qui sunt in admiratione 
restantes, quadam derisione despicimus.... Verum 
mUuroH» amor diulurnam ene diririonem naiipa^ 
Uiur^ sed ui sol cbsUvus qui,' dmadts nebv^ 
matutinis oriens lueulenter irradiatf derisiom 
omissaf lucem eorrectionis effuni^e maiouU 
( Moti. II» 1). Quegli che sa la eagìone d* ana 
cosa, sorride per coosueto a chi, ìgnarandola, 
ne rimane in ammiratile; oia poi compatisce 
al costai difello e naturalmente si muove a 
correggerlo. Questa verità, che posa sovra un 
fatto di natura, era cosi impressa e tuttora nel 
pensiero del poeta, che quando in sua visioni 
ai piglia alcuno scbìarimeato o nuova cono- 
scenza da Virgilio, da Beatrice o da qualsiasi, 
li fa in prima sorridere o sospirare per com- 
passione ( v. 100: Par. H, 51 Ji ed anche, se 
egli erra, induce perfino altrui a deridere (Pur- 
gatorio IV, 120). Ogni atto» ugni cenno, un 
tiatter d* occhio, un volgere di spalle, un ta- 
rtare della mano, il pronto silenzio, un lam- 
peggiar di riso, tutto n«lla Gomedia ha tal 
propria significazione, che ia parola non la po- 
trebbe meglio determinare. 

06. Dentro ad un nuovo più fuijifretUo^ un 
altro dnbbio maggiormente m' avviluppò ( Inr 
femo X, 95), mi sorprese 1* aniaio (Y. N. 94). 
Appiè dil vero suole, a guisa di rampollo, Mh 
seere ti duibio (Par. lY, 130): di qui è, che 



— 75 — 
OD vero U qoale ci si dimoitri^ 8« ci soddigfa 
per runa parte, per l'altra può mtMverci a 
nuovo ivUtwte (Par. Vili, 02), ed ansi più di un 
dubbio adumtrei in mente (Por. XY, 60). Que* 
sto desiderio inquieto ci è dato da natura, la 
quale cosi ci siimoia e (v. 101) spinge d' una 
in altra in fino alla somma verità^ che scria può 
$asnare notiro inteUeiio (Par. lY, 135). 

97. E dissi: Già contento requievi ( restai 
dall*es8t^re eommosso (v. 86) di frande ammi* 
rasiom: già soddisfatto nel mio vivo deside- 
rio, m* acquietai. Rtquitvi esprime più «be ces^ 
sai, perocché trae inoltre con seco 1* idea del 
turbanunlo cessato. 

98. Ma ora ammiro eom'io (collH'ncarco della 
carne di Adamo: Pur. XI, 44) trascenda (salga 
oltre ) questi corpi lievi: tali sótto l' aria e il 
fuoco^ dai quali retia intornitUa la terra , ike 
eseend» ti più grave elemento e la pia saida st^ 
stanza\ conviene che Ut si tragga nel mento o 
nel fondo 4elV altre che intorno di lei sono. 
( Tea. II, 25 ). Qoindi 1* uomo » per la natura 
del semplioe a grave corpo che nel soggetto sì- 
gnoreggia^ naturalmente amando V andare in giUt 
(Con. Ili, 3), era ben ragionevole lo slupare 
di Dante, cbe pensando di tenere ancora del 
oostfo limo, 4rap«ssava e si assideva su mrpi 
di maggior leggerezza. 

100. On^ella appreeeo d^unpio eospiro (mosso 
da pietà *per il mio errors cba mi faceva 



— 76 — 
ammirato (V. N. 95), gU occhi dtrtzBÒ ver me 
con quel semUanU (in atto di sorriso^ sorri- 
dendo cpme a fanciullo; Par. XXYIIt 47) che 
medfe fa ( eoi quale la madre riguarda, si ri- 
volga ) sopra figKìwl deiiro^ verso ( v. lOt ) a 
figliuolo sviato dal vero. In errore, come chi 
sonnolento vana ( Pur. XYin, 87 ). 

Sopra piglia al presente forza di a ( sorrise 
come a fanciul si fa ohe è vinto al pomo ( Pa- 
radiso XXYII, 47); oppure di verso^ oome in 
quel luogo del Convito dove Dante parlando 
della sua donna, soggiugoe: po^sìoftafa dì Conia 
misericordia mi si mostrava, sopra la mia vedova 
vita ( II, 2 ). In tale deternni nazione e per que- 
sti esempi sopra nmi si registra nel nostro vo- 
cabolario. 

t02. Secondochè dal contesto si può arguire 
deliro qui non accenna p€Uszo o farnetico^ fuor 
di senno; ma soltanto sviato, in errore o, come 
direbbe il Buti, uscito del solco della verità. E 
vuoisi ben fare differenza tra amente o demente 
e deliro; poiché V uno significa senza mente 
(Con. Il, 2), ed è proprio di quaiunque età; 
r'altro s' attribuisce a chi per età mostrasi <(i- 
fettosù di mente, delira , sviando dalla relitta- 
dine o dirittura della mente. Tale ora apparisce 
Dante, perchè era tuttavia nuoivo^ di poca età 
nella vita della sapienza, imperfetto in essa; 
ma di ciò toccheremo nella verace esposizione 
( Con. IV, 1 ) che è i* allegorica. Del realola 



— 77 — 
diversità di quelle voci fu siaMlila dal tnilior 
fabbro della nostra liogoa, e secondo le EU^ 
mologii d'Isidoro, che molto gli erano familiari 
e usitate. Demens est cujusewnque mìatis amens, 
idesU sine mente; deliros autemper cetatem menie 
defeetus; ita diUu$ quoi a recto ardine et quoèi 
a lira aberret.hirà enim tstarationis genui^ cum 
agrieokB facta seménte dirigunt sulcos in quos 
omnis seges decurrit ( Et. X, I. d. ). Parimeate 
delirare (Inf. IXi 68) non viene ivi ad espri- 
mere impaszare^ farneticare, a modo che $pie« 
gasi net vocabolario; ma riceve il senso più 
temperato di sviare o dedinare dalla re^ki mente 
o dalla dirittura delTordine, derivata la meta* 
fora dal latino dehrare, cbe ha proprio signi- 
Acato di statare dal soleo; a sulca seu a lira 
evagari. 

103. E cominciò: le eoee. tutte quante hanno 
ordine fra loro^ le une rispetto alle altre, e al- 
l' uno o tutto di cui son parte; imperciocché 
nelle cose , oltre 1* ordine delle parti fra loro, 
si ritrova l'ordine delle parti ad uno che non 
è parte. Duplex ordo reperitur in rebus ^ ardo 
seilicet partium iuter se^ et ordo partium ad alt- 
qfAod unum quod non est pars: sic ordo par- 
tium exercitus inter se, et ordg earum ad ducem. 
Ordo partium ad unum est melior , tamquam 
finis alteriusrest enim alter pr(^ter hunc, non e 
converso (Mon. I, 8). , 

Qu^r ordino delle parti all'uno, e pei quale 



— 78 — 
il iuao io Ulto li nnisoe {lotim utritnìr in ^nian: 
ib. 1, 10) è la miglfor forma dell' ordine (ib. 1, 8), 
quella forma ehe, ranDodando le cose (atte in 
uniià^ oosiituisoe V ufdverso, e ai lo rende m- 
fUigUanie a Dio che è V Um. TóUm universum... 
90 quoi est untim, Deo tmifnUaiur: véra énim 
ratio %»niu$ in solo Uh tst: propter quod seriptum 
est'. « Audi Israel: Bpminms Dms ium unus 
eU n (ib. l 10; P^r. XY, 47). Iddio anzi si 
vuol riguardare come la forme urdvenale di 
questo nodo oTvero unità di tulle le cose, per- 
chè in Lui si (roDA legato oM amore in un vo^ 
lumi ciò chi per tunè^erso m sfp*ùierHa (Pa- 
radiso XXIII, 86). 

106. Le ohe creature sono a intendersi per 
gli ttomint geiìeralmente, essendo la natura 
umana perfettissima di tutte le altre nohir^ di 
quaggiù ( Con. IL 10 )* Per creaHiram mundi 
inteUigitur hmno, propter exeellentiam qua exed* 
Ut inier aUcù crttj^ras, vel propter oont^enten- 
lìom quam kahet eum omni creatura (Petri 
Lomb. I. h dis. 3). 

107. qui (nel siffitto ordine MV universo) 
le alte creature veggion forma deW eterno va- 
lore; dacché esse giungono per ineeUmo a ve- 
dere^ che la divina bontà impronta di sèUmmde 
( Par. VII, 109 ) e che ckmum bme, il q/uH» it 
ritre^i fuori di lei altro non è che di $uo lame 
un raggio (ivi XYII, 38 ), o veìMgio e^ quivi 
traluce ( ivi v. 10 ). De intentione Dei eet, ut 



— 79 — 
«MifM crealum éiinhiam si$niUiudinem reprcBsentet, 
m quàn^m fropt^ia natura retipere poees(. 
Propter quod éktum est: a Faciamns hominem 
ad ima^imm et eioùUiudmem nostrom. » Quod 
lioet ai inmginem de rebm mfetiorièuÈ ab ho-- 
nme dici non poMit; ad sifuilitudinem tame» 
de quaUbei dici f0lesl: eam Mum universum 
nihU aliifté sit, quam vesUgium ^fitoddam di^ . 
vìmb boniiatis: (Mosl I, 10)* Ognora conforme 
a se alesso* TAIIii^Hert procede d' un modo co- 
aiaota» dichiaraDdoci apèrto ia aia ragione, ma 
aolo chi l' aseoiia e studia può esaer fatto de^ 
gBo 4i aompreaderk a foodo. Nella sentensa 
che at^iapo esposta avvi iaebiuso il soleone 
dettame deirApostoie : InnUibiiia Dei^ a creatura 
mundi, per ea qum fatta surUi ini^^tla^ eonr^ 
ifiieiuntur: $enqnterna quaqm ejus virtus ei di- 
vinitas ( Ad Rom. 1, 20 ). Valore può dinotare 
eaùandio poten^^ bontà di naiura (Con. IV, 12) 
perciò Iddio, somma o prima virtù (Paradi- 
so XXYl, 83 ), bttOQo per saa essenza (ivi XIX, 
85 ) e polente a tiU£o che mole ( lof. Y, 23 ) 
sarà davvero T eterno valore, i( primo ed ioei^ • 
fatHle valore (Par. X, 3), il valore in^nilo 
(ivi XXXlIIi 81 ), il valore per sua (>rapria 
naiura (Pur. XI, 3)* U quale (eterno valore) 
è fine al quale la ioecaàa norma { V ordine so- 
vra espresso) è, folta, ^^reola (Par. XXX, 31) 
ordinata per inlemUone della natura e di Dio 
( MoD. I, 10; II , 7 ). Le coae tutte si comio- 



— 80 — 
ciarono ( Con. Ili, 4) e tuttora pendoDo da Dio 
(Par. XXYII, 12); il quale impriraendovi la 
forma iénwersale della suasimiliUédine (Moo.ibT), 
che è a dire insieme riduceodole alla norma 
della sua unità, concreò l'ordiiie (Par. XIX, 31) 
che io quelle risiede. Né quest'ordiuc potea 
ordinarsi ad altro, che all' eterno valore, cioè 
a dimostrare più vivacemente la bontà, ìà po- 
tenza, la sapiensa creatrice, insomma la real 
' gloria di Dio, fine universale della creazione 
( y. N. al V. 1). Siccome le cose universe, cosi 
e tanto più 1* ordine che le informa ad unità 
procedette da Dio, che il creò non per avere a 
si acquisto di bene, essendo egli perfetta bontà, 
ma a fine di manifestare le sue alle perfezioni, 
la sussistenza del suo splendore. La Scrittura al- 
taraente cel grida: universa propter semetipsum 
operatus est Deus. 

Norma tien luogo dì ordine : ma come ciò? 
Supplisca Dante al silenzio de* suoi commen- 
tatori. La natura prende suo corso daWinteU 
letto e arte del Creatore (lof. XI, 100) e, come 
arte che essa è ovvero fattura di Dio (Mon. II, 
7, 1, 4 ), in tutte le sue produzioni si regola 
a norma della divina intenzione (ih.) E le menti 
angeliche, prime e principali ministre della na* 
tura, neir ordinare il movimento de' cieli e per 
questi la generazione delle cose sottoposte , ciò 
fenno mirando in Dio , come loro regola od 
esemplo (Con. DI, 6). Di che rettamente 



-«- 

e#as6giM obe 1* «rdiiid MV oBlwrto è U siesta 
fmemiian$ o r«9ok dtvioa , l' eèertyi sua kgrjw 
esemplata o indtvtchiae* ( i?i ). Ed ecco perchè 
in modo assoluto 1* ardiìie si chiama norma od 
orla ( artiiciofo lavoro ) dì quel maestro du 
dentro a et 1* ama ia/nlo che mai da tei F occhio 
fWH parie ( Par. X « 2 ). Qui cada beM ciò 
che Soesio dice , rivolgendosi a Dio. Tutu k 
tose produci dai euperpio etemph^ la òeUìsittM, 
bello mondo nella mente portando (Coo. IH, 2). 
109. Neir ordine eh' io dico sono actiine tutte 
nature^ procfivi, rivolte per corso di natura 
( V. 130) tutte sostanze ( Par. XXIX, 30 ), qua-^ 
lunque modo di essere e nirtù (Con. HI, 7) ab- 
Mano sortirò; ma più o meno secondo, cha 
eono più al principio loro e men vicine ( di so* 
miglianza ) , cioè giusta il grado di lor perfe^ 
^zione o similitudine a Dia, principio e natura 
universale di tutto (Con. lY, 9; Ep. Gan. $ 36). 
A s) fattamente esporre m*è guida l'aperta 
ragione del nostro poeta, che ad ogni uopo non 
tarda il soccorso. Ed in vero: te natura, essendo 
arte di Dio o sua operazione, intende a rappre* 
sentore neW universo F ordine che è la forma 
ddla divina similitudine; e poiché dove fa Uso^ 
gno essa ivi non mancai, di necessità è, che proo* 
veda a tutti i mezst onde venire ali* ultimo deHa 
sua intenzione. Altrimenti opererehbe indarno, 
the non pud essere, attesoché la natura é mai 
sempre agente ad alcun fine ( Mon. II, 7 ). Di 

6 



— « — 

qoi viene, ohe oiF ordins delF uniteno siaDo or- 
dinate da natura come ad intendimento finale, 
le cose tutte cónfcìraienienté alle rispettive lor 
facoltà: omnia unum de$idetant ( Boet. de Con. 
IIL 2 ); natura ordinat res eum reepectu suarum 
faeultatum (Mon. II, 7). Le cose inoltre ban 
sorti diverse a misura che s'avvicinano ai loro 
principio, elle è Dio. Ciò importa che esse na- 
turalmente sono propense al determinato ordi- 
ne, qual più qual meno, a misura del grado di 
lor somiglianza a Dio, ossia della loro perfe- 
zione; perocché ViH'dore santo che ogni cosa 
raggia nella più somigliante e più tivaee ( Pa- 
radiso VII, 7S ); e la fa quindi essere di mag- 
gior virtù o perfezione: oitinìs enim perfectio est 
ra^dius primi seu prtnciptì , quod est in prim^ 
gradu perfectionis (Ep. Gan. $26; Y. N. al 
V. 2). 

Neirordtne sensibile e neW ordine intelleUuàle 
deir universo si sale per gradi quasi continui dair 
V infima forma all' aliissima ( Con. IH, 7 ). Ora 
ogni cagione partecipando al suo effetto di queUa 
bontà che riceve dal principio ond^ essa deriva, 
( ivi ) quanto ha di miglior virtù o perfezione 
tanto concorrerà al fine universale. Perciò gli 
Angeli vi piglieranno parte io sommo grado, 
come quelli che sof^ cima nel mondo ( Paradi- 
so XXIXi 36); minimamente la materia, che 
fra le sostanze (tene V infimo luogo: di metto 
a questi due quasi eatremi della creailoiie stanno 



i cieli ( ìtì ) e di sotto ad essi trovasi la forma 
iMbtìissima che è V anima umana^ la quale più 
fictvt detta natura divina eke alcun' allra forma 
di <iuaggià ( Con. lU, 2 ). 

110. nature: sorti: quanto a proposito^ qui 
eadano tali vocaboli, anzi che altro qualunque 
beo sarà palese, ove rivolgasi il pensiero alla 
sentenza di Boezio inchiusa ne* versi ora espo- 
sti :.omfitufii generatU) rerum^ cunctusque muta- 
bilium fiaturarum progre$$us et quidquid aliquo 
movetur mo(j[o, eau$aSf ordinem formas ex divi- 
mB mentis stabiHtale sortitur (De Con. lY, 
pr. 6). Cosa di grande considerazione parmi 
ancora, come Dante nell' accennare alla perfe^ 
ziùne delle creature, nulla abbia dimenticato di 
quanto a simile effetto si richiede: perfeetìo no- 
turfUis creatura^ non solum consistit in eo quod 
ei competit secundum suam naturam, sed in eo 
etiam quod ei tribuitur ex quadam supernatu-- 
raU perfectione divinai bonitatis ( Thom. 22. 
q. 2y 3y e). Quindi si pare perchè il poeta 
filosofo con appropriato vocabolo (ivi) ponesse 
nature piuttostochè sostanze o cose^ e perchè a 
mostrarne la loro varia perfezione, oe le raffi- 
gurasse come più o meno vicine a Dio secondo 
il gradò della bontà da lui ricevuta gratuita- 
mente. 

112. OndCt per questa inclinazione che le 
cose da natura hanno verso V ordine dell' uni- 
verso sì muovono a diversi por ti f ai fini pai'ti- 



~8» — 
colar! a eoi la bonià deU$ €o$e è ordinata 
(Con. I, 4). QumUbet re$ est propter aUqtéem 
finem^ aHter entt otio$a , f uod' e$$e non potisi 
(MoD. II, 6). La diversità poi dei fini propri 
di ciasoana delle cose è visibile» o si risgaar- 
diDO queste come parti di un tutto o «d 
tutto rispetto a uà altro, e via via fino air «i(* 
Itmo termine cìoò a Dio, principe o imperatore 
al quale è ordinato V uoiverao ( Moo. I, 4, 9). 
Per lo gran mar dell'essere vai quanto p«r 
4a grande capacità o infinità dello spazio entro 
il quale 1* universe cose diacorrono quasi io m 
ricettacolo amplissimo dove sono compren 
( Par. XXIX, 17 ). Benché tal forma di dire 
s* adatti pu>r anche a significare 1* universo ri- 
guardato come continenza d' ogni essere, e an- 
cor più verosimilmente possa appropriarsi a 
Dio nella cui mente per intenzione od esempla 
ogni essere g' aduna, nondimeno io m'acqueto 
Delta prima spiegazione perchè più naturale. 
D* altra parte Iddio si dimostrò al pensiero di 
Dante non pure.comQ il gif an mare dell' essere, 
ma il porto tutiversafiuttno e finale di tutti l 
porti o fini, il mare dal gran mare deiressere. 
Quegli cAe solo con l* infinita capacità PinfinUe 
comprende ( Con. IV, 9 ), il Uare verso cui si 
muove ciò che la volontà di lui crea e la na- 
tura produce ( Par. Ili, 85 ). Quale grandezza 
d* immagini non^ è questa mai ? Chi può ad- 
dentrarsi in quel sublime intelletto? Chi arri*- 



— 85 — 
vare quella potenza speculativa, che neirap* 
prendere le più alte cose, presta nuovo vigore 
agli impeti della più ardita fantasia? 

114. Ciascuna cosa sì muove al suo proprio 
Sne con istinto o impeto (v. 134) a lei dato (da 
natura ) che ve la porti, spinga ( v. 132); im- 
perocché nella mente divina òhe è da sé perfetta 
non pur son con provvidenza ordinate U^te 
nature, ma esse insieme conia ìor salute ( Pa- 
radiso Vili, 100), cioè coi mezzi bisogneTÒIi 
9d aggiugnere il proprio One o^e la lor per- 
fezione consiste. Quindi la natura, ministra di- 
vina , ordinando tutte cose eU proprio fine e 
questo al fine universale , come or vedemmo , 
imprime in ciascuna un impeto o desiderio o ap- 
petito amor naturato (Con. Ili), noette in loro 
come uno stimolo per farle correre al fine par- 
ticolarmente prescritto (Con. Ili, 4). Vera- 
mente: ciascuna cosa da provvidenzia di propria 
natura ithpinta è inclinabile alla sua perfezione 
(Con. I, 1). Tant'è, il nostro autore quando 
con amore il ricerchi, sempre è cortese de' suoi 
benefici rlschiarimenti, e ti lascia riposare tran- 
quillo nella sentenza a cui egli ti rimena e ti 
stringe. 

Qualvolta ne piaccia di attendere al ragio- 
namento premostrato, ben si potrà dìscernere 
come ogni parola vi trovi il suo giusto valore 
e tale, che le dottrine moderne non hanno suf- 
ficienza a determinarlo colla debita estimazione. 



— 86 — 
Totto ivi procede a rigida severità di logica» 
e se v' tia còsa che a prima vedata ti fa con- 
trasto e la sdegni, poi t* innamora. In quella 
oscurità di scienza non vi traluce forse il pia 
vivo splendore di poesia? Leggi e rileggi, e 
nuove verità ti si dimostrano e nuove bellezie; 
ed al crescente ammaestramento seconda lo 
stupore, né questo ci consente di poter pensare 
cotte alla sovrana virtù dei concetti si appie- 
no corrispondesse la sovrana virtù delle parole. 

115. Questi (istinto o amar naturalo) m 
porta ( spinge ) il fuoco inver la lunaf ivi il eoe- 
duce, perchè la sua forma è la leggerezza: 
flammas sursum levitas vehit (Boet. de Con. HI, 2). 
Ciascuna cosa, come detto è di sopra^ ha il suo 
spaziale amore, eome le corpora semplici hanno 
awM'e fkaturato in sé al loro luogo proprio^ ep- 
però la terra sempre discende al centro e il foocn 
avendo il proprio sito nella circonferenza di so* 
pra lungo il cielo della luna^ sempre sale a queUo 
^elo (Con. Ili, S; y. N. al v. 92). Il fuoco 
stendesi infino entro la Itma^ e aggira questo 
aere dove noi siamo. Di sopra al quarto elemento 
che è il fuoco, sta assisa la luna (Tes. Il, 3, 8). 

Poiché la terra sempre discende al centro 
e a questo punto si traggono da ogni parte 
i pesi ( Inff. XXXIV, 111) ovvero ogni grav£zza 
si raduna (ivi XXXil, 74) indi può intendersi 
come tale istinto stringa in sé T une ali' altre 
le parti delia terra» e tutte in uno le raccolga 



— «r — 

atìirandole e iosieme cosi (^ aduni: Urràs ^ 
ormmpandìM defrimit (Boet de Con. IIL tt}. 

116. Questi ne* cuor morlali i permotore: ì 
cuori mortali qui sodo a ioleodere per le cr$a* 
ture fuori (prive) d'intelligenza^ secondo che si 
spiega al v. 118: e» per, meglio dire» le co$e 
animate mortali (Goo. Ul, 2) o anime ^ corporali 
come le chiama ser Brunetto (Tes. 1, 14). Tali 
Infatti si mostrano gli animati bruti la cui anima 
finisce eoi corpo ed essendo quasi una cosa eoi 
sensi corporei^ non Aq nulla per intendimento 
di ragione (ivi I, 16). Nel che il nostro poeta 
consente dicendo, che f anima de* bruti tutta in 
materia è compresa (Con. Ili, 7), molti che t?ì- 
voffio interamente, sono mortali^ siccome animati 
bruti (ivi II« 4). L' istinto permoi^e cosi le ani- 
me de' bruti cbe V uno r altro i>edemo amare 
(Con III 9 3) secondo la sensibile appetenza , e 
tosto che san ncui^ quasi da natura si dirizzano 
nel debito fine (ivi IV» 6): In animatibtts ma- 
nendi amor non ex animce voluntatibuSf verum 
eac nature^ principiis venit. Parimente è a dire 
deiramor proprio impresso in ciascuna cosa 
(Boez. de Con. Ili, 11). 

In vece di promotore mi risolvo a prendere 
per la miglior lezione permotore che sembrami 
più confacevole a sìgniticare lo stimolOf Vim- 
pulso interiore dell* istinto^ e men dissomigliante 
dair mi{tnc(or dei latini. I quali usavano ap- 
punto indicare la movizione o cagione motiva 



- » — 

dt ntia OQàft col penmtio; e il Boti adopera 
petmai^nté <toatsi air«opo Messo obe al pr^ 
Sente s' attreoe: Dio dispone Is eoit, secando le 
ragiùni pérmov^nli nel fine. Sopra ciò, se vo- 
gfìasi bene avvertire che promoveo importa til« 
tratnoveoj pertnoveo viene a dire valde aut d&i^ 
genter moveo^ si farà tnanifesto ohe Del caso 
nostro, ove si traila di on provvido ordina» 
mento della natura e di Dio> troppo male s'ac^ 
concia promofore, per eccesso di molo: laddove 
direttamente vi si adatta il forte stimolo o 
incitamento del permotore. Ond* è a desiderare 
che qaesla voce insieme con pernuwente trovi 
por laogo nel vocabolario. 

120. Né par le creature intelligenti que* 
sfarco saetta (questo istinto pinge a modo che 
l' arco inora la saetta) ma quelle e" hanno inteU 
letto ed amore. Queste sono non pur gli angeli, 
ma e si gK uomini che hanno loro proprio amore 
aOe perfette e oneste cose (Con. ni, 3). Essen- 
doché per hf sua natura, vera umana e, me^fto 
dicendo, angelica cioè razionale^ ha Vuomo amore 
alta verità e virtù (Con. Ili, 3). Perciò savia- 
mente il nostro poeta filosofeggia specificando 
ristinto deiruomo per I* appetito raisionofe o 
di anima, cioè per Tappetilo che spetta alla 
vaìontà t di* intelletto (Con. IV , 22) aoiiehò 
per quello seirsittro che gli è comune cogli atti- 
mah' bruti: poiché le cose si devono denominare 
dalla loro parte più nobile. 



— » — 

Quest'area saetta spioge cioè come saetta: 
cosi parmi doversi qui prendere saettare an- 
ziché per ferire o percuotere, perocché queste 
significazioni non fanno ai caso. E per fernao, 
se» come chiaro si vede, vuoisi ivi notare» che 
r istinto stimola le creature^ queste ben si pos- 
sono raffigurare quasi saette mosse da quello, 
come lo strale esce sospinto dal balestro. Al- 
trimenti, se le creature in luogo di essere mosse 
dall'arco sfghificativo dell* istinto , si facessero 
invece fermine del moto, il segno dove le free^ 
eie sono indirizzate, sarebbero fine a sé stesse, 
ch'essere non può. M^ rAllighieri soccorro a 
dichiarare con precisione il suo concetto, ri- 
dicendo che quella corda (queiristinto) ciò che 
scocca (saetta) drizza in segno lieto (v. 125). 
In sonòma, ciò che quest'arco saetta viene a 
dire le saette da esso scoccate o saellale, e quindi 
mosse o sospinte, e però, fuor di metafora , le 
cose impinte daW istinto o impulso tale che arco 
non pinse mai da sé saetta (i?i Vili, 13). Piacque 
al nostro autore mantener pur al presente il 
suo uso di rivestire variamente e dimostrare 
i suoi pensieri: Q^t^^l^^q^^ quest' arco {\a cq- 
leste virtù che produce 1* istinto nelle cose) 
saetta^ disposto cade a provveduto fine si, come 
cocca in suo segno diretta (Par. Ylfl, 115). 
Gonchiudiamo : cocca potendo recarsi a dino^ 
tare la saetta che da quella si diparte, sae(f are 
potrà anche pigliar senso di scoccare e quindi 



— 90 — 
di spingere, perchè T effetto beo, si dà a iDteo- 
dere per l'atto che il promove. Questa sigoi- 
gcazione gli è data ne* luoghi ora addotti, 
e il nostro vocabolario non deve trascurarla , 
oltre che abbiamo discoccare nel senso or pre- 
mostrato :.tno{r« volte nel dirizzare della linea 
(che si parte dair occhio di chi mira e va 
netta punta della pupilla altrui) ^scocca r arco 
di colui al quale ogni arme è leggiera (Con. U, 
10). E ciò propriamente si osserva in alcuni 
de* nostri verbi dove il dis piglia il valore ne- 
gativo di s, come io distendere (Purgatorio XIVJ 
per stendere o allentare e cosi d* altri in gran 
numero. 

121. La provvidenza che cotanto assetta (tanlo 
ordine produce» disponendo le cose, ciascuna 
al proprio sito; acconciandolo nella sede de* 
terminata: Deus cuMcta sub ordinis pulchritu^ 
dine ab memo providit (Mon. II, 4). 

122. Iddio, del suo lume fa il del sempre 
quieto (stabilisce in sempiterna quiete il cielo) 
nel qual si volge quel e' ha maggior fretta. Con 
questo si accenna aìVEmpireo, cielo divinissimo 
e quieto (Con. IV, 2) cielo di tutta luce, cielo 

> della divina pace (Par. II, 112); sotf esso si 
volge jl primo mobile che è il cielo velods^ 
Simo (Par. XXVII, 98), che tutto gira (Inf. IX, 
29) e compie nell* istesso tempo che gli altri 
cieli il suo movimento, ma in una circonfe- 
renza maggiore, e quindi è il cerchio che ba 



— 91 — 
maggior velocità o» secondo il poeta* maggior 
rattezza o fretta nel muovere (Con. Ili, 2). 

124. ed ora t% (air empireo) com' a iito de- 
ereto (a luogo per eterna legge stabilito (Pa- 
radiso XXXII, 55) cen porta la virtù (la forza, 
r impeto: v. 134) di. guelfa corda (arco: v. 121) 
che ciò che scocca drizza in segno lieto: la quale 
corda saetta le sue saette a buon termine, al 
fine speciale dove la cosa si cofi(en(a e Jtede 
come in luogo suo. 

L'Empireo è il luogo della somma Deità che 
sé sola compiutamente vede (Con. II , 4). Ora 
poicbò r anima nostra in suo essere dipende da 
Dio e per quello si conserva, naturalmente dista 
e vuole a Dio essere unita per lo suo essere for- 
tificare (ivi III, 2). Ciò costituisce queiramore 
naturato o na'tiraftià cbe noi abbiamo verso 
TEmpireo, là dove trovasi quel Bene sommo 
nel quale l'animo nostro si quieta e cbe per 
istinto di ragione è da noi desiderato (Pur. JLVIl, 
125). Questo desiderio verso t{ cielo eupremo è 
ueir anima nostra, perchè lassù è la patria del 
suo lieto Fattore e principio, al quale per na- 
tura ciascuna cosa brama di ritqrnare. Quanto 
perciò cadono bene quelle parole m segno /telo, 
a dinotare 1* ulti^ma felicità , quella compiuta 
gtota a cui il cielo continuamente spinge e ri-- 
chiama gli uomini: Hominum mentibus veri 
boni naturaUter est inserta cupiditas (Boet. de 
Con. Ili, 2). 



— 92 — 

127. Ytro et che eome fórma non s*aceonAi 
moUe fiaie M'intenzion delVarte (al disegno im- 
maginalo, o fine dell' artista) perehè a rispon- 
da la materia ò sorda, non è disposta od ap- 
parecchiata a ricevere quella forma {Con. Il, 1). 
L* arte si ritrova e può considerarsi Delta mgnte 
deirartcfioe, poi neiror^ono onde si esercita, e 
da ultimo nella ma(ma formata per l'arte: 
Ars in triplici gradu invemtur, in mente scUieet 
artifids, in organo et in materia formata per 
drtem (Mùn. II, 2). Nel luogo ora eSjKisfo è 
la materia ohe fallisce aìVinlenzion deW arte^ 
/ice, altrove all'abito dell arte mal s'adatta 
V organo o la man che ìrema (Par. XIII, 78). 
Il fine dell' arte è di pigliar gli occM per aver 
la mente (ivi XX, 92) fine non sterile né di 
mera dilettazione, ma per via di questo effica- 
cissimo a prendere ì cuori umani. Quest'arte, 
adattata al poeta e rivolta all' udito, è l'arte 
propria dì Dante. 

130. Così da questo corso ( secondo ti quale 
la natura rivolge noi al sommo cielo) si dw 
parte talor (quando le false immagini di bene 
la seduòono Pur. XXX, 191 : ad falsa de- 
vius errar abducit: Boet. de Con. Il, 3) fa crea- 
tura la quale cosi pinta ( stimolata dall' istinto 
per questo diritto corso ) ba potenza ( di arbì- 
trio ) di piegare in altra parte, deviare altrove. 
La natura intende ad imprimere nell'uomo come 
per forma V istinto verso Dio, ma egli quasi 



fiiciferta restia la sde^^na per soo arbiirio o in- 
nato libertà ( Par. XYin, 68 ), mercè coi, aD- 
zidiè diri(?ersì nei primi beni, può torcersi al 
mole (ivi XYII, 100) e, rifiatando il ottano, 
accogliere il pravo amore ( ivi XVIIL 66 ). 

133. f siccome veder si può cader fuoco di 
nube ( rivolgersi a terra fuor di sua natura 
(Par. XXIIlt 42); sì V impeto primo (ricevalo 
in prima e da natura diretto al sommo bene 
(Pur. XYII, 128) a terra è torto, toreesi ai 
beni mondani dalle presenti cose, le qaali per 
esser fatte immagini dì bene (Par. XXXI, 34; 
XXX, 131) con falso piacere attirano 1* uomo 
e si il rivolgono dalla via diriUa. 

134. si r imp«(o primo: di tal guisa ùiì sem-^ 
bra doversi leggere mettendo punto fermo alla 
terzina precedente, dalla quale va disgiunto il 
senso di qvesta elie segue, però che ivi la si- 
militudine ha II suo compimento: Laddove or» 
se ne adduce un' altra , la quale deve avere 
corrispondenza con un si richiesto dal siccome 
onde comincia. Del rimanente, dai co^ei si 
può ritrarre tanto la lezione se quanto 1* altra 
che è a. dire il s\; e con questa si mette una 
relazione precisa tra il cadere o il rivolgersi 
del fuoco in basso come cosa contraria al na- 
turato amore verso t aUura ( Pur. XYIII, 28 ) 
e Tuomo il quale coir impefo primo o deside- 
rio che il trasporta al cielo , detna per molo 
amore alle basse e vilissime cose dolla terra e 



— 94-- 
corre dietro alle fallaci immagini di beni obe 
essa promette. 

136. Aon dei fiù ammirar, sebbene stimo 
( giudico» fo debita stima e ragione delle cose) 
lo tuo saUre, perchè cosi V amor naturale ti sci* 
spiDge, e noD devi quindi farne maggior ma- 
raTiglia, se non come d*un rivo se (f alto moMe 
scende giuso ad imo, cioè s' avvalla o s' abbassa, 
come suole sua natura: stando che Tacqua, 
grave elemento (Tes. II, 35), discende aneh$ 
essa giù verso il centro o mezzo ddla terra. 

139. maraviglia sarebbe in te ( cosa di ma- 
raviglia si vedrebbe in te ) se^ privo d* impedii 
mento ( della gravità onde naturalmente il tao 
corpo è tratto alla terra ) giù ti fossi assiso, ser 
dessi, ti quietassi quasi in luogo proprio; come 
sarebbe maraviglia che fuoco vivo ( in fiamma ) 
stesse a terra quieto ^ riposasse quasi in suo 
sito, quando invece la sua forma è nata a sat- 
ure al cielo della luna, là dove in sua mate- 
ria può meglio dtirare ( Pur. XVIII, 26). 

142. Quinci (dopo ciò Beatrice) rivolse 
( volse di nuovo ) inver lo cielo il viso, gli oc- 
cAt che a me avea dirizzati ( v. lOt ). 

139. privo d' impedimento: notevole cenno è 
questo, il quale solo basta a raffermarci* che 
TAIIighieri salì ai cielo senza la gravezza della 
nostra carne; poiché il proprio luogo della 
carne è la terra: carnis locus proprius terra 
est (Grog. Om. 9, ìùEv.2S Malt.). Nò dal- 



— as- 
tra parte nulla d* inquinato potrebbe entrare nel 
regno celestiale; epperò assennalameote il mi* 
stìco pellegriDO immaginò che nel sao ascéiH 
dimeoto gloriono al Paradiso, fosse come rapito 
in ispirito col rifatto corpo, mortale si e seo* 
sibile, ma per allora privilegiato di quella sot- 
tigKesza e virtù clie gli sarebl>e largita nel 
giorno deir universale risorgimento. Né qui 
sembrami di doversi passare in silenzio come 
egli nella sua Visione trascorresse in persona 
umana ( con anima vestita di 'vera carne o sen- 
sibilmente) per V Inferno e Purgatorio; laddove 
in ispirilo solo o con nuovo corpo gli fosse dato 
di visitare il Paradiso. E ciò con avveduto 
consiglio: perocché il fuoco temporale ed eterno 
vale a dire le pene, a cui si purgano gli spi- 
riti o rimangono condannati^ ben era, che per 
sensibile esperienza si disaminassero, dacché 
toccano dirittamente al senso. Ben altrimenti 
si dovea pigliar conoscenza delle ineffabili de- 
lizie del cielo, le quali consistendo massima- 
mente neir atto di vedere Id(Uo, luce inteUettual% 
e piena é' amore beatificante, convenne meglio 
che fossero contemplate per singolare virtù di 
intelletto, libero dagl' impedimenti della grave 
carne. Talmente che, prima d* accostarsi alla 
divina Ftstone, il poeta teologìziando fa che si 
disciolga ogni nube di s%Mt mortalità, si che il 
sommo pifuer gli si dispieghi (Par. XXXIII, 32). 
Per verità qualvolta si ripensa Tordinato si- 



— 96 — 
fiieiUA, che D»ole coocepi e secoodo che 91 pre- 
fisse, pojlò recare in esecuzioiuN è di for^a eoa* 
cedere che oiuna p^rfeziobe umana pervenne 
mai a si gran segno, quasi fosse questo l*ul- 
limo, verso il quale le forze del nostro inge- 
gno possano contendere e provarsi. 

Le quali cose ora discorse da Beatrice non 
istimo indarno di ridurle in brevi termini, ac- 
ciò elle il precipuo intendimento dell'autore ei 
venga pronto ed immediato agii ckschi mentali: 
e Le cose tutte quante hanno ordine Fona 
» air altra e ad uno: e questa, che è la mi- 
» glior forma dell* ordine, rende l'universo si- 
li mite air unità, di Dio. ohe per sua gloria il 
» creò. A si mirabile efiétto concorrono le cose 
» universe, qual più> qual meno» secondo il 
» grado di lor perfezione. Di qui è, che cia- 
» scuna, come suo mezzo al fine generale, ha 
D da natura sortito uq fine particolare e un 
» istinto che a questo il conduca. Di guisa, che 
» nella perfezione delle cose individue si compie 
o l'ordine dell'universo e s' impronta cosi della 
» forma della divina similitudine. Questo fine 
» rispetto alla umana creatura è il cielo o Dio 
» che ivi ha il suo seggio; perciò le fu dato 
h Vistinto razionale che lassù direttamente Tal- 
» tragga e guidi. Bensì può deviare altrove 
n per libertà di arbitrio e huinga di falsi pia- 
li ceri; ma è proprio di sua natura quando, 
n priva degf impedimenti che a terra la rìleoi- 



— 97 — 
» goDO, sen vola al deh (Par. XII , 95). Si 
2> rifatto era Dante, né quindi dovea stupire, 
j» 8* egK potè innalzarsi a quella oltramirabile 
i> altezza. » Senza dubbio alcuno, il senso le4r 
ierak porta la data spiegazione; ma l'allegoria 
richiede ben altrimenti. Alla quale or proce- 
dendo, si noti, come Dante nel ragionamento 
dj Beatrice non abbia mai introdotto parola , 
che si potesse adattare al corpo deìV uomo an- 
ziché aìV anima razionale, cui principalmente 
sì riferiva. Infatti accenna le creature che 
hanno intelletto ed amore (v. 121); la creatura 
che ha potere d arbitrio (v. 131), la nostra 
virtù o istinto naturala (v, 125), né mai dà pur 
iodizio della potenza sensitiva o della nostra 
corporea natura. E ciò dirittamente; poiché vo- 
lea da noi rimuovere ogni dubitazione che quel 
suo trascendere % deli non fosse per modo che 
quaggiù si sale e proprio col peso della carne 
d'Adamo. Il che posto, ecco le ragioni per cui 
si dischiude la verità che il poetaci nascose sotto 
velo allegorico.' 

76-140. Per virtù della sapienza trasu-- 
monatOf TAIIighieri senti rapirsi aìVeterne, nuove 
e grandi bellezze del cielo (Pur. XIV, 148; Ep. 
Gan. § 19); ma non sapendo come ciò gli av- 
venisse, forte ne stupiva. E Beatrice gli soc- 
corre airuopo assennandolo, come egli (che è 
proprio di sapienza) astratto già Tanimo dalle 
basse e vilissime cose della terra (Con. Ili» 14) 

7 



— 98 — 
DOD deve recarsi a maraviglia» se ora si ritoma 
al cielo che è la propria sfera del vero amore. 
Né senza speciale avvedimento fa detto riedU 
anziché vai correndo a queir amore , perocché 
meglio vale ad esprimere io sviamento di Dante 
dalla diritta parte (Pur. XXX» 123), e il eonver- 
tirvisi con maggior impeto, per riempiere il vwh 
to lasciato dalla colpa (Par. VII, 83; V. N. al 76). 
Alle brevi parole della sua donna, non che 
tenersi contento, il poeta s* indusse a pin am- 
mirare tal suo trasmutamento, per cui potesse 
passar oltre questi beni leggieri^ che pur tanto 
seducono il nostro amore (Par. V, 10). Allora 
Beatrice cosi lo ammaestra: per la sua natura 
angelica, doè razionale^ ha Vuomo amore aUa 
verità e alla virtù (Con. IH, 3), ed é sospinto 
verso Dio, al vero, bene delV intelletto (Con. Ili, 
14). Da questo eorso di natura può V uoaio 
trasviare per colpevole e pravo uso d* arbitrio 
che al mai si torce o con più cura che non ai 
prtmi bent, s* abbandona a quelli che il mondo 
falsamente promette (Par. XYJII, 100). Ma to 
libero^ diritto e sano d'arbitrio (Pur. XXVII , 
140J, tu rifatto di guisa che ti trovi puro e 
disposto a sc^ire alle stelle (Pur. XXXIII, 145), 
figliuolo di sapienza come ora tu sei, ben paci 
elevarti tutto a Diot alla contemplazione cioè 
della verità, che da Lui, come da proprio fonie 
deriva (Par. lY, 115). Chi vive in sapienza 
speculando il vero, non lascia distendere i sisai 



— 99 — 
pensieri ad altre cose (Con. III« 2) poix^hè splende 
di così vivo amore^ che tutti gli altri amori si 
fanno oscuri e quasi spenti (ivi III, 14); egli è 
come sedesse alla mensa dove il pane degli An» 
geli si dba (Con. h 1). Di che vedi qoaDlo sia 
naturale questa tua rapida elevazione alle cose 
ceìesiiaH. Ben sarebbe a stupire se , privo de- 
gP impedimenti de'mt, come deìVignoranza il 
tuo auìmo rimanesse coli* affetto inteso alle 
mondane dilettazioni, e non anzi si rivolgesse 
alle perfette e oneste cose a cui la natura ti ha 
formato (Con. Ili, 3) e perpetuamente ti so- 
spinge. I raggi del vero amore, come fiamma, 
tendono al cielo ed ivi solo, quasi in loro sfera, 
hanno quiete. In somma: Dante per la sapienza^ 
o, a dire più intero, per filosofia che è amo* 
roso uso di sapienza^ forte s*invagbi de* piaceri 
eh' Paradiso (Ck)o. II, 14), quali si pregustano 
contemplando la verità e recandola nelle ope- 
razioni; talché prelibava quel che cade alla mensa 
degli Angeli^ quasi fosse salito a filosofare in 
gusle Atene celestiale, dove t arte deW eterna ve- 
rità accorda in uno tutti i voleri e sazia ogni 
intelletto (Con. IH, 14; Par. XXVIII, 107; V. N. al 
V. 9). Questa allegoria è al certo quella voluta 
manifestarci dal poeta; il qtiaie se cosi non se 
la fosse proposta in mente, bisognerebbe con- 
fessare cb* egli era discorde da sé stesso e ri- 
fiutava le sue proprie dottrine* Ma ecco Boe-» 
ziOf che viene a confermare ciò che un'attenta 



— 100 — 
disamina degli espressi pensieri di Dante ci ba 
fatto conchiudere: sunt $ienim (in tal forma la 
filosofla ragiona a quel suo infelice alunno) 
sunt etenim penncB volucm mihi — quce celsa 
conscendant poli: quas sibi eum veìox mens in^ 
duiU — ' terras perosa despicit: — aeris immensi 
superat « globum, — nubesque post tergìwt tn- 
det, — quique agili motu calet (Btheris — tran- 
scendit ignii verticem — donec in astriferas sur- 
gal domos — pheBboque coniungat vias... Huc te 
si reducem referat via -^ quam nune requiris 
immemor — hcec dtces, meminij patria est mihi — 
hine ortus, hic sislam gradum (De Con. lY» m. 1). 
E già prima di questo gM avea detto In piò 
clUare parole: Pennas luce menli^ quibus se in 
altum follerà possiti af^gam^ ut pertjarbatione de^ 
pulsa^ sospes in patriam^ meo ductUf mea semitat 
mais etiam vehicuHs reverlaris. In verità ove 
diligentemente si riguardino queste parole e le 
altre che vi si attengono del lY Libro Della 
^Consolazione, sarà manifesto, donde il poeta 
trasse materia a' suoi alti concetti, e su quale 
traccia egli percorse nel fingere ed esprimere 
il suo Paradiso. Qualunque poi sdegna qneste 
allegorie o le crede tutta fantasia del poeta e 
de*suoi commentatori, egli non è fatto per in- 
tendere la verità, onde viene costituita la pro^ 
pria bontà del gran poema (Con. I, 13), e sarà 
a lui buona ventura se potrà giugnere por a 
sentirne la superficiale bellezza (ivi). 



— 101 — 
Canzone, (cosi parmi che Dante si rivol- 
ga alla sua Gomedia e segnatamente alla can- 
tica del Paradiso). ' 

Canzone, io credo che saranno radi 
Color che tua ragione intendan bene, 
Tanto lor parli faticosa e forte. 
Onde se per ventura egli addiviene 
Che tu dinanzi da persone vadi, 
Che non ti paion d*essa bene accorte^ 
Allor ti priego cbe ti riconforte 
Dicendo lor: Diletta mia novella, 
Ponete mente almen comlo son bella. 

Canz. Foi che intendendo il terzo eiel movete. 



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